Il blog dei Giovani Camerati

“Nessun fenomeno al mondo può impedire al sole di risorgere”

Archivio per 5 Giugno 2008

In un sondaggio promosso dal “Corriere della Sera” nel 2000, Mussolini si è piazzato tra i primi 5 classificati, accanto a Leonardo Da Vinci

Pubblicato da lsmessina su Giugno 5, 2008


Pio XI:

“Costui è l’uomo della Provvidenza” (giudizio condiviso da Angelo Roncalli, il futuro Giovanni XXIII, il “papa buono”)


Pio XII:

“il più grande uomo da me conosciuto, e senz’altro tra i più profondamente buoni”


M. K. Gandhi:

” Il Duce è uno statista di primissimo ordine, completamente disinteressato. Un superuomo”


Thomas Mann:

“un semidio”


Sigmund Freud:

“un eroe della Civiltà”


Winston Churchill:

“il più grande legislatore” vivente”.

“Così finirono i ventuno anni della dittatura di Mussolini in Italia durante i quali egli aveva salvato il popolo Italiano dal Bolscevismo per portarlo in una posizione in Europa quale l’Italia non aveva mai avuto prima”


Thomas Alva Edison:

“il piu’ grande genio dell’età moderna”


Massimo Gorky:

“un uomo di intelligenza superiore”


Lloyd George:

“Un Uomo che desta ammirazione anche tra i suoi nemici, e che ogni giorno detta leggi circa il modo di governare i popoli in momenti difficilissimi”


E. Delano Roosvelt:

“sono rimasto davvero ammirato dal modo come (Mussolini) concepisce e risolve i maggiori problemi del giorno”


Stanley Baldwin
(primo ministro Britannico):

“Non credo che in Europa vi siano uomini
eccezionali come Mussolini”


Samuel John Gurney Hoare:

“Mussolini e’ il massimo statista dell’Europa moderna”


Vladimir Ulianov (Lenin):

“sono certo che per causa sua e delle idee che lui ha, il marxismo sarà un giorno battuto e definitivamente rovinato”


Josif Vissarionovic Dzugasvili (Stalin):

“con la morte di Mussolini scompare uno dei più grandi uomini politici cui si deve rimproverare solamente di non aver messo al muro i suoi avvesari politici”


Igòr Stravinskij:

“Mussolini e’ un uomo formidabile. Non credo che qualcuno abbia per Mussolini una venerazione maggiore della mia. Per me Egli e’ l’unico Uomo che conti nel mondo intero”


Claude Ferrère
(Accademico di Francia):

“Il bene che Mussolini ha fatto all’Italia è, malgrado tutto, incommensurabile”


Antony Eden
(fautore delle sanzioni):

“Mussolini è il grande legislatore dei nostri tempi. Le Leggi del Duce e dei suoi fedeli sono una pietra miliare nell’evoluzione mondiale”


George Bernard Shaw:

“Il popolo aderisce a Mussolini perché lo considera indispensabile. Mussolini non è soltanto un uomo, ma una situazione storica”


Richard Strauss:

“Se dovessi sintetizzare il mio pensiero col minor numero di parole non troverei che queste: Mussolini è unico”


Igor Strawinsky:

“Non credo che alcuno abbia per Mussolini una venerazione maggiore della mia”


Ezra Pound:

“Jefferson fu un genio, e Mussolini un altro genio”


Herbert George Wells:

“Mussolini ha lasciato il suo segno nella storia”


Adolf Hitler:

“Un uomo che fa la storia, non la subisce. Mussolini è l’ultimo dei cesari”


Rudyard Kipling:

“Sappiate amare questo vostro meraviglioso fratello che protegge il vostro avvenire. Pensate che per l’Italia egli è tutto.”


Roald Engelbreth Amundsen:

“Soltanto Napoleone può paragonarsi a lui”


H.S. Harmswort, Lord Rothermere:

“Mussolini è la più grande figura della nostra età e probabilmente dominerà il XX° secolo”


Alexis Carrel:

“Cesare, Napoleone, Mussolini: tutti i grandi conduttori di popoli crescono oltre la statura umana”


Guglielmo Marconi:

“Rivendico l’onore di essere stato in radiotelegrafia il primo fascista, il primo a riconoscere l’utilita’ di riunire in fascio i raggi elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la necessita’ di riunire in fascio le energie sane del Paese per la maggiore grandezza d’Italia”


Gran Muftì di Gerusalemme:

Nel 1938 dichiara Mussolini “difensore dell’Islam” e gli consegna la simbolica spada dell’Islam


Luigi Pirandello:

“Mussolini recita, da protagonista, nel teatro dei secoli”


Un Ricordo

Del Pittore

Mario Sironi:

“Un uomo con una bonta’ innata, un animo nobile e generoso dotato di grande sensibilità”.

“Chiesi senza avere risposta il permesso di entrare,poi mi decisi e lentamente avanzai. Un uomo curvo sulla scrivania con cappello e cappotto dal bavero rialzato (sembrava non mi avesse notato) scriveva assorto,ma evidentemente aveva avvertito la mia presenza. La stanza era gelida; la finestra del balcone aperta lasciava penetrare nebbia e freddo. Un improvviso frusciare d’ali mi fece alzare la testa; due o tre passeri con rapido volo entrando nella stanza dal balcone si posarono su di un grande armadio situato proprio alle spalle di Mussolini. Egli allora mi disse: “Non si meravigli del freddo, lascio la finestra aperta per dare la possibilita’ agli uccellini di venire a nutrirsi; d’inverno non hanno molte risorse in questa città’…”

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Camerata Paolo Borsellino, presente!

Pubblicato da lsmessina su Giugno 5, 2008

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Il Fascismo, quello vero, è assolutamente uno stile di vita affascinante

Pubblicato da lsmessina su Giugno 5, 2008

Onestà, onore, gloria. Ognuno si può fidare della gente perchè crede nelle istituzioni. Lo stato ti difende e metti alle strette i criminali, con i lavori forzati. Ogni anno il bilancio finisce in pareggio.
Non esiste la mafia. Tutto lo stato lavora in modo compatto dal nord al sud. Ogni tipo di lavoro ha una corporazione che lo difende. Sei in un sistema di Autarchia, ovvero prima difendi le tue ditte e poi compri all’estero. Migliori la tua vita lavorativa con feste nuove (sabato fascista) e riduzioni di ore lavorative (40 ore settimanali che potevano
diventare sempre di meno). E, soprattutto, saresti stato nazionalista, orgoglioso del tuo stato! “Fascio vuol dire unione, levare le spighe di grano unite in un fascio e portate dall’aquila: è unione ed evoluzione. La stazione Centrale a Milano è stata costruita da Mussolini; infatti sono rappresentate le aquile con il Fascio sotto. Il Fascio significa evoluzione, unione e progresso.
Vi elenco alcune grandi cose che ha fatto Il nostro DUCE.


Non solo Littoria, anche Pomezia, Aprilia, l’agro pontino in genere che tutt’ ora sono zone che hanno apportato un discreto sviluppo nel Lazio, volendo rimanere nella regione e andando nella capitale un quartiere “futurista” come l’ Eur o uno a misura popolare come la Garbatella; nulla a che vedere insomma con gli scempi susseguitisi negli anni a venire.
Quanto a Littoria, ormai latina da questa repubblica da questi politici, di qualunque parte siano, non mi aspetto e non desidero riconoscimenti!


Tra le altre riforme mi limito ad un riduttivo elenco :

  1. I Parchi nazionali;
  2. Tutela del lavoro Donne e Fanciulli;
  3. Assistenza ospedaliera per i poveri;
  4. Assicurazione invalidità e vecchiaia;
  5. Riforma della scuola;
  6. Acquedotto pugliese, del Monferrato, del Perugino,
  7. del Nisseno e del Velletrano;
  8. Riduzione dell’orario di lavoro a otto ore giornaliere;
  9. Opera Balilla e colonie alpine e montane per i ragazzi;
  10. Opera Nazionale Dopolavoro;
  11. Sviluppo delle centrali idroelettriche ed elettrificazione della rete ferroviaria;
  12. Istituzione della Reale Accademia d’Italia;
  13. Bonifiche dell’Agro Pontino, dell’Emilia, della Bassa Padana, di Coltano, della aremma toscana, del Sele, della Sardegna e colonizzazione del latifondo siciliano;
  14. Opera Nazionale Maternità ed Infanzia;
  15. Assistenza agli illegittimi, abbandonati od esposti;
  16. La Carta del Lavoro;
  17. Esenzioni tributarie per le famiglie numerose;
  18. Rete stradale ed autostradale, ferrovie e porti;
  19. Creazione delle aree industriali;
  20. Leggi sull’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali e legge istitutiva dell’INAIL;
  21. Istituzione del Libretto di lavoro;
  22. Legge istitutiva dell’INPS;
  23. Riduzione del’orario di lavoro a 40 ore settimanali;
  24. Legge istitutiva dell’ECA;
  25. Assegni familiari;
  26. Casse rurali ed artigiane;
  27. Legge istitutiva dell’Istituto Autonomo Case Popolari;
  28. Riforma dei codici e rinnovamento legislativo;
  29. Legge urbanistica;
  30. Legge istitutiva dell’assistenza sanitaria gratuita, INAM;


Elenco limitativo ad alcune opere materiali, in pratica le uniche che possano essere concepite da menti votate da oltre sessant’anni al puro materialismo.

Ha fatto di più Mussolini in Vent’anni, che il malgoverno Comunista in 60 anni di puro raziocinio e mafia!!

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Il significato del Fascio Littorio

Pubblicato da lsmessina su Giugno 5, 2008

Il più antico fascio littorio fu rinvenuto presso Vetulonia e risale, molto probabilmente, al secolo VIII-VII; si tratta quindi di un ritrovamento di epoca preromana. La sua struttura (scure bipenne inserita tra dodici verghe) e la sua composizione (ferro) rivelano stretti legami esistenti fra le tradizioni nordiche e chi fu l’artefice di tale sacro oggetto. La scure bipenne, in stretta connessione col significato del culto di Janus, dio romano delle origini, è uno dei simboli più antichi della sovranità regale.

La dualità simmetrica dei due tagli rappresenta l’integrazione creatrice delle polarità opposte. Tale incontro avviene in un punto dell’asse che è il centro immobile, il punto di passaggio tra futuro e passato, il terzo volto di Janus, il sacro che genera. I tagli dell’ascia rappresentano esattamente “il simbolismo del fulmine”, espresso dalle tradizioni nordiche con le rune e la cui composizione forniva lo schema rappresentativo con cui si indicava il sacro Mjölnir, il martello del dio Thor. La folgore ha significato simbolico doppio: da una parte illumina, squarcia le tenebre, dall’altro distrugge, incendia. Poiché spesso, nell’antichità, l’uso della folgore era prerogativa del dio supremo, questa è considerabile come verità che può essere intuita in forma istantanea solo da chi è capace di resistere alla prova del fuoco incenerendo tutto quello che di sé è mortale, raggiungendo, così, una condizione di supervita. Il tracciato stesso della saetta spiega questo processo: una prima fase rappresenta la discesa del fuoco divino sulla terra, la seconda fase è la trasmutazione che fa dell’uomo che ha saputo intuire l’insegnamento un essere simile ad un dio, la terza fase è ancora una discesa, un ritorno di colui che, libero dai vincoli corporei, torna alla terra per riaprire il ciclo. Secondo alcune tradizioni la destra è l’attributo divino della misericordia, la sinistra è la giustizia. Presso gli arabi tali attributi sono la maestà (volto maschile) e la bellezza (volto femminile). Ma presso gli indù la misericordia è prerogativa dei sacerdoti (Brahamana) che possiedono la chiave dei misteri, mentre la giustizia è un guerriero (Kshatrya) che ha diritto di vita e di morte sui sudditi: diritto che egli esercita per mezzo della verga ( lo scettro del potere). Ecco allora che via contemplativa (sacerdotale) e via attiva (guerriera) si fondono nel centro dal quale traggono la ragione stessa della loro esistenza (l’asse tradizionale, la corona regale segno del potere unico e totale). Le dodici verghe che “incoronano” la scure bipenne sono il ciclo zodiacale con la sua metà ascendente e discendente, aventi origine e fine nei solstizi d’inverno e d’estate, sono rappresentazione dell’universalità totale ed infinita dell’azione radiante della tradizione.

I segni zodiacali sono ad un tempo i gradi della potenza e della conoscenza che va dall’inqualificazione originaria, dalla notte che precede il giorno (solstizio d’inverno, colore nero), attraverso il soffio creatore della luce (equinozio di primavera, colore bianco), fino all’acme espansivo del mezzogiorno in cui la luce tutto pervade.

Il fascismo creò dei punti di contatto tra l’antica Roma e il regime di Mussolini. La potenza, la forza, i trionfi della Roma imperiale vennero interpretati come degni anticipatori della gloria e della potenza fascista, infatti il fascismo si propose come il naturale discendente della Roma antica. Mussolini infatti si faceva chiamare Duce, che nell’antica Roma era il generale, il capo militare valoroso e trionfante in battaglia amato ed apprezzato dai soldati che lo seguivano ubbidienti. Mussolini infatti veniva descritto dalla propaganda con le stesse qualità dei generali romani e quando i fascisti si incontravano si salutavano alzando il braccio destro in alto, nello stesso modo in cui i soldati salutavano i loro capi nell’antica Roma. Il Fascio littorio era il simbolo del fascismo e deriva anch’esso dalla Roma antica ed allora era simbolo di autorità: era infatti il simbolo del potere dei magistrati e fu introdotto dagli etruschi durante la tarda monarchia; in realtà il fascio era un simbolo tradizionale ariano, derivato dal simbolo del martello di Tohr, il dio del tuono nella mitologia nordica e diffusa solo successivamente anche dagli etruschi nella forma in cui lo si conosce.

Il fascio è costituito da un insieme di verghe di olmo o di betulle legate tra di loro con dei nastri rossi, che rappresentava il potere dei consoli(cioè i magistrati più importanti presso l’antica Roma) di punire con le verghe e di esercitare lo “ius necis” cioè il diritto di dare la morte ai rei ;lateralmente o superiormente alle verghe, veniva inserita una scure che in età repubblicana veniva tolta quando si era all’interno della città; il fascio veniva portato durante le feste pubbliche dai littori, degli ufficiali che scortavano le maggiori autorità romane ed è per questo motivo che si chiama littorio, il fascio veniva ornato di alloro in occasione dei trionfi e portato invece rovesciato durante i lutti gravi. Il numero dei fasci littori che precedeva il magistrato ne indicava il grado: più erano numerosi e più alto era il grado del magistrato stesso: i re e i magistrati ne disponevano dodici, da Diocleziano in poi divennero ventiquattro, i Magistrati Equituum e i Magistrati di Rango Pretorio venivano preceduti da sei Fasci Littori, i Questori da cinque e dai 42a.C. in poi, ne vennero dotate anche le Vestali e le vedove imperiali. Il Magistrati inferire inchinava i propri Fasci davanti al superiore(fasces subissi).

Ispirandosi alla tradizione romana, il Fascio simboleggia sia l’unità del popolo, sia l’autorità posseduta dal popolo stesso e in epoca moderna, divenne il simbolo di numerosi movimenti politici. Il fascio fu adottato come emblema politico dei rivoluzionari francesi per simboleggiare il nuovo potere repubblicano: allora la scure fu sostituita da un’alabarda, e il fascio fu sormontato da un berretto frigio. Durante il Risorgimento, molte società segrete, specie d’ispirazione massonica, si ispirarono al fascio littorio che era sempre stato considerato un emblema di unità e libertà. Nella seconda metà dell’ottocento e fino alla prima guerra mondiale, il fascio littorio contin8uò ad essere impiegato dalle forze di sinistra, come i Fasci dei Lavoratori, organizzazioni proletarie di contadini siciliani, Fasci di Azione Rivoluzionaria ecc.

Con la costituzione di un Fascio Parlamentare di Difesa Nazionale, dopo la disfatta di Caporetto, il termine Fascio cominciò ad essere legato alla necessità di un unione nazionale al di sopra degli interessi dei partiti. Come tale, ma accompagnato da rivendicazioni rivoluzionarie, l’emblema romano venne accolto da B. Mussolini, divenendo il simbolo dei Fasci di Combattimento, e in seguito del Partito Nazionale Fascista; infatti Mussolini fondò i Fasci di combattimento e chiamò “il Fascio” il suo giornale; in quell’anno ebbe pochi voti alle elezioni e successivamente il nome da Fascio divenne Fascismo, anche se in principio Mussolini aveva scelto il nome Fascio in ricordo delle sue origini rivoluzionarie, lo utilizzò largamente come simbolo della grandezza romana ed imperiale a tal punto che il Fascio Littorio divenne il simbolo ufficiale del P.N.F. Anche la parola “Littorio” venne molto usata nel periodo fascista, tanto è che il littorio era diventato sinonimo di fascista, ad esempio la gioventù fascista era anche chiamata “la Gioventù del Littorio”. Lo stile Littorio fu detto lo stile architettonico fascista; Littoria (oggi Latina) fu chiamata “la città capoluogo”, costruita nella zona bonificata delle Paludi Pontine; Littorali erano anche le gare culturali, artistiche e sportive per gli universitari e littori erano i relativi vincitori. Insomma, il Fascio Littorio influenzò per decine di anni la vita degli italiani del XIX secolo attraverso la propaganda di Mussolini.

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Il Fascismo e la Libertà – Franco Franchi

Pubblicato da lsmessina su Giugno 5, 2008

Il Fascismo fu anche libertà. Non piena, non totale come in un sistema occidentale: ma piena per chi volle conservarla, difenderla e praticarla con il coraggio della dignità. Così garantiscono le eccezionali testimonianze di Benedetto Croce e Francesco Flora, i nostri grandi (antifascisti) della filosofia e della letteratura.

La “dittatura” fascista è fondata sul consenso delle masse, palese, convinto, a volte gridato con entusiasmo, e porta ad una conclusione difficilmente negabile: Mussolini non usava i metodi tradizionali della democrazia per rilevare il consenso popolare sulla politica del proprio governo, ma poneva pur sempre il consenso, comunque raccolto o individuato, alla base delle decisioni fondamentali, fuorché all’interno del Parlamento dove venivano rispettate – al di là del metodo elettorale – anche le forme della democrazia, sia pure in un diverso rapporto costituzionale tra Governo e Parlamento, più efficiente e più adeguato alla nuova velocità della politica: il rapporto di cooperazione delle Camere con il Governo per la formazione delle leggi. I tempi esasperanti della democrazia prefascista vengono travolti dai nuovi movimenti culturali e politici che hanno raccolto l’esigenza di dinamismo impressa alla vita delle società europee dalla prima guerra mondiale. Tutto è trasformato dall’immane conflitto e al bisogno di dare risposte immediate ai nuovi problemi sotto l’incalzare della scienza, della tecnologia, delle rivoluzionarie invenzioni come la radio che porta la comunicazione al cosiddetto “tempo reale”, può ben essere sacrificata qualche formalità della vecchia democrazia, per altro squalificata dall’ inefficienza. Ma Mussolini non rompe mai con il principio di democrazia, tanto che definirà il Fascismo una “democrazia organica”, ma ne inventa una nuova fondata sul consenso sostanziale che si avvicina alle antiche forme della democrazia diretta. È vero che l’esercizio della democrazia diretta è più adeguato alla città-stato, con il popolo-corpo elettorale convocato in piazza, ma l’avvento della radio, la creazione di impianti sempre più potenti, la capillare distribuzione degli apparecchi riceventi, la diffusione della stampa trasformano lo Stato in una grande, unica piazza dove simultaneamente arriva la voce del governo e il governo raccoglie le reazioni del popolo. Non ci sono “garanti”, ma la garanzia c’è ed è insita nella cultura del dovere dei governanti e, soprattutto, nella volontà di un Capo che vuole governare con il consenso, che controlla tutto l’apparato statuale, anche il rispetto dell’orario di lavoro nei ministeri.1

Al tempo stesso la dottrina elabora la moderna tesi costituzionale della “elezione come designazione di capacità”. La vecchia democrazia prefascista, infatti, anche nella piatta restaurazione operata dopo il secondo conflitto mondiale, non ha mai garantito l’effettiva capacità dell’eletto rispetto alle funzioni pubbliche cui è chiamato: ossequio ad una forma che si esaurisce nell’apparenza, ma con violazione di una sostanza che si traduce in danno per la società. Ma se nel Fascismo permane questo principio democratico del consenso, pur discutibilmente interpretato, vi permane di conseguenza il principio fondamentale della libertà. Ora, però, la libertà si afferma a fianco dell’altro elemento fondante: l’autorità, che trova il massimo riferimento nell’ordine, nella Nazione, sintesi di tutti i particolari; in un Paese che di questo binomio inscindibile aveva soprattutto bisogno per conseguire l’interesse nazionale, altro concetto nuovo da cui tutti gli interessi particolari discendono ed in cui tutti gli interessi particolari trovano soddisfazione. Il Fascismo trova lo Stato in piena crisi dell’autorità che significa- come afferma Giuseppe Capograssi nelle sue “Riflessioni sull’autorità e la sua crisi” – “assenza dell’autorità… la società rimasta senza autorità vive senza pensiero e lo Stato è ridotto a un accidente e quasi materiale rapporto di forze… La crisi dell’autorità poiché è mancanza di autorità e crisi di coscienza è dunque crisi di libertà”.2

In queste nuove 6 Tesi, a noi interessa più semplicemente riscontrare, esaminando aspetti essenziali della vita in regime fascista, come sussistano vaste aree di libertà, a riprova che il regime non solo non rendeva obbligatorio il consenso come qualcuno sostiene, ma ammetteva, o tollerava, il dissenso proprio nei settori più delicati e più idonei a influenzare l’opinione pubblica.

In primo luogo spicca la libertà nell’insegnamento universitario, quello, cioè, che forma la classe dirigente, le professionalità e la stessa classe politica. E si dovrà proprio a questa rispettata libertà se il dissenso potrà assumere le forme aperte dell’antifascismo che pur restò in cattedra, in parallelo allo svilupparsi di una classe politica fascista, colta, preparata e coerente che saprà affrontare anche il sacrificio supremo andando volontariamente alla guerra. È noto a tutti che Concetto Marchesi, grande latinista e grande stalinista, rimase in cattedra per tutto il Fascismo fino agli albori della Repubblica Sociale Italiana.

E di libertà si parla in un altro settore caratterizzante: la Magistratura. A dispetto di tutta la propaganda di quest’ultimo cinquantennio, la toga del giudice non è mai stata asservita al regime. Ci sono, è vero, magistrati che ostentano la camicia nera, pochi per fede, di più per servilismo, ma sono una minoranza, restando la stragrande maggioranza dignitosamente indipendente, spesso sfidando lo stesso regime senza contraccolpi.

Nel Parlamento, costituito dalla Camera dei Deputati (solo nel gennaio del ‘39 trasformata in Camera dei Fasci e delle Corporazioni) e dal Senato del Regno, vengono invece rispettate anche le forme della democrazia, con il voto segreto sulle leggi fino alla riforma del 1939, con ampi dibattiti rigorosamente verbalizzati dove emerge il dissenso, con atteggiamenti tipici dell’opposizione. L’odioso assassinio di Matteotti ha solo l’occasione parlamentare, ma le vere cause, di origine extraparlamentare e in parte ancora oscure, svelano una congiura contro Mussolini e il suo governo protesi verso la normalizzazione e impegnati nel ripudio della violenza delle vecchie squadre per l’affermazione dello Stato e delle sue leggi. È noto, infatti, che da quella ignobile colpa Mussolini verrà assolto due volte: una dalla magistratura di allora, e l’altra – ben più significativa – dalla magistratura di questa Repubblica antifascista nella revisione del processo del 1947. Ancor più nota e riconosciuta è l’area di libertà riscontrata nelle riviste dei G.U.F. (Gruppi Universitari Fascisti) e nelle cosiddette riviste “ereti-che”, dove più forte si manifesta il dissenso e si pratica la critica più dura. Le testate, molte e arcinote, sono un vero tormento per il regime e soprattutto per la gerarchia, tenuta sotto tiro da giovani intellettuali fascisti che vogliono colpire per migliorare, ma anche da altri giovani intellettuali che trovano in quei fogli la palestra per approdare all’antifascismo. Nei G.U.F. si forma e si sviluppa quella critica al regime fascista che è prova di libertà, e la chiusura di alcune testate universitarie o di alcune riviste “eretiche” non si deve a provvedimenti dell’autorità, ma al fatto che i direttori o i titolari delle testate preferirono, di fronte alla guerra, abbandonare la critica e andare a combattere, con l’impegno, a vittoria conseguita, di ripulire il fascismo dai difetti del gerarchismo, dall’acquiescenza alla vita comoda del potere, dalla corruzione, per restituire al movimento la fede delle origini. E la più famosa rivista antifascista, di scontro aperto contro il regime, resta “LA CRITICA” di Benedetto Croce che continuò ad uscire per tutto l’arco di vita del fascismo, e che cessò spontaneamente nel 1943 a regime fascista caduto. Lo stesso cammino parallelo di un’altra Critica, la “CRITICA FASCISTA” di Bottai, che da un punto di vista fascista lottò tenacemente per la libertà, e per l’apertura a tutte le voci e a tutti gli apporti. A conclusione di queste nuove Tesi sul Fascismo si colloca quella della libertà nella Repubblica Sociale Italiana, affermata da molti ma costituzionalizzata da Vittorio Rolandi Ricci, il grande giurista ligure, monarchico liberale, senatore nominato da Giolitti, il quale, a ottantatre anni, approda alla Repubblica di Mussolini. Il fascismo repubblicano, duramente impegnato nella guerra e nella guerra civile, scopre pienamente il valore eterno della libertà, colto nel suo più alto significato dal Capograssi in sintesi indissolubile con l’autorità; mentre Gentile, nella sua ultima opera “scritta a sollievo dell’anima”, così individua il rapporto tra i due valori: l’autorità non deve recidere la libertà, la libertà non può pensare di fare a meno dell’autorità.

In questo difficile equilibrio tra autorità e libertà si sviluppa il Fascismo, non sempre trovando la giusta misura – spesso in danno della libertà – ma sempre ritenendone la inscindibilità in un sistema politico costituzionale fortemente innovatore, e mai in rottura con la democrazia, della quale contesta non il principio ma il sistema: quel sistema costituzionale tradotto nel vecchio e ovunque fallito “parlamentarismo”.

E infine, fuori Tesi, è posta una breve conclusione del quaderno sulla “libertà dalla paura”: perché gli Italiani, durante il ventennio fascista, non conobbero la paura, come qualcuno goffamente si ostina a sostenere, ma vissero una vita intensa di lavoro, di straordinarie conquiste giuridiche e sociali, di entusiasmi, di controllato benessere, di edificanti costumi, di progresso e di rinverdite tradizioni, di-manifesta partecipazione alla vita pubblica, di quasi totale adesione alla volontà di un Capo che trasformava la Penisola in un febbrile cantiere di opere della civiltà, e che trasmetteva l’orgoglio dell’italianità ritrovata.

E di un altro immenso bene godettero gli Italiani: quello della sicurezza e dell’ordine, tanto desiderato e invocato dopo il caos violento dell’Italia prefascista.

“Libertà dalla paura”, dunque, come primo segno e fondamento di tutte le libertà.

1 Vedi telegramma di Mussolini in Circolare dell’Istituto nazionale fascista infortuni sul lavoro, 23 maggio 1941-XIX, n° 48/41 (2190/C.G), “orario di ufficio”: “È ormai diventato un sistema quello adottato da Ufficiali e Fun-zionari che consiste nell’avviarsi all’ufficio alle 8 il che significa essere al tavolo di lavoro non prima delle 8 et 15 e forse più tardi alt Esigo che questa deplorevole abitudine tipica manifestazione di quel pressapochismo deleteria tara del carattere di troppi italiani abbia immediatamente a cessare alt Alle 8 chi non è già al suo tavolo di lavoro ha perduto la giornata con le relative conseguenze alt Farò controllare quanto sopra alt – MUSSOLINI”.

2 Capograssi pubblica il Saggio sullo Stato nel 1918; le Riflessioni sull’autorità e la sua crisi nel 1921; La nuova democrazia diretta nel 1922. Le Riflessioni sono ripubblicate da Giuffrè nel 1977, e nella Presentazione a cura di Mario D’Addio si legge: “Stato, Autorità, democrazia: Capograssi si impegnò nello studio dei problemi centrali della vita politica in un periodo come quello immediatamente susseguente alla fine della prima guerra mondiale, in cui il tradizionale ordine politico, sconvolto dal conflitto, sembrava aver perduto il suo centro di stabilità e di equilibrio”. Le Riflessioni furono scritte “quando nella situazione politica italiana maturava la crisi profonda dello Stato liberale che, posto improvvisamente dinanzi ai grandi problemi economici e sociali della democrazia di massa, alle esigenze di profondo rinnovamento fatte valere proprio da quelle masse popolari che avevano sostenuto il sacrificio della guerra e che sulla base del suffragio universale reclamavano una più diretta partecipazione al governo della cosa pubblica, vedeva negata da più parti la sua stessa esistenza, misconosciuta la sua ragion d’essere. Ma la forza speculativa dell’autore, la capacità di saper vivere la situazione politica al livello dei grandi problemi della filosofia moderna e contemporanea, di saper parlare di politica in una prospettiva teoretica senza perdere il contatto con le concrete esigenze del momento politico, ne fanno uno degli scritti più originali e più penetranti sul complesso e delicato problema dell’autorità”.

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IL COSIDDETTO REVISIONISMO

Pubblicato da lsmessina su Giugno 5, 2008

La lotta che si sta verificando a livello mediatico per il dominio della memoria è sotto gli occhi di tutti.

Coloro che si riconoscono nell’eredità della resistenza, non possono fare a meno di notare quel revisionismo che si è infiltrato nella società da molto tempo.

Negli ultimi tempi partiti come Forza Italia, Alleanza Nazionale, Fiamma Tricolore e Forza Nuova mettono in discussione le celebrazioni del 25 aprile e altri particolari riferiti al periodo fascista.

Questo fenomeno è cresciuto in questi ultimi anni tanto da aver portato anche alcuni storici a rivalutare i vari studi della storia di quel tempo.

Uno dei primi grandi storici del Fascismo è stato Renzo De Felice (nato nel 1929 a Rieti), personaggio scomodo nonostante un passato comunista.

Lui indagava sulle ragioni dei vincitori e dei vinti senza soffermarsi alle verità ideologiche e partitiche ma svolgendo ricerche a tutto campo.

De Felice ridimensionò il caso Matteotti, intitolò uno dei suoi volumi “Gli anni del consenso”, a sottolineare la grande partecipazione che il fenomeno del Fascismo ebbe negli italiani; nel 1965 pubblicò un libro “Mussolini il rivoluzionario” dove sosteneva che il regime mussoliniano aveva al suo interno un componente rivoluzionario perché in esso si erano riconosciuti i ceti medi emergenti.

Tutte queste sue affermazioni e nuove documentazioni si trovarono in forte contrapposizione con le teorie di molti storici, i quali lo presero di mira coprendolo di critiche e di infamia solo per aver voluto cercare realtà storiche.

Infatti, il termine “revisionista” fu usato per la prima volta contro di lui nonostante il suo obiettivo principale non era rivedere condanne o ribaltare giudizi ma solo stabilire il corso reale dei fatti.

Sulla scia di De Felice si sono posti Storici, altri aspiranti alla ricerca di verità più profonde o di spazi accademici e editoriali.

I punti principali di questo revisionismo di oggi giorno riguardano il valore della Resistenza, la rivalutazione degli aspetti del fascismo e l’importanza dell’intervento degli Alleati, che secondo alcuni è stato decisivo, mentre altri attribuiscono la maggior parte del merito alla resistenza partigiana.

Fra i vari revisionisti ci sono alcuni fra storici, giornalisti e politici che parlano con spirito provocatorio, altri invece parlano solo per scopi politici o usano la storia come strumento di lotta politica; inoltre ci sono anche coloro che cercano di dare una maggiore informazione e di approfondire gli argomenti della storia con una visione aperta e neutrale.

Giampaolo Pansa, noto giornalista, come lui si definisce, concentra molto la sua attenzione sull’elemento umano e politico del periodo fascista.

Nel suo libro “Il sangue dei vinti” analizza in maniera approfondita i delitti ingiustificati del movimento partigiano, senza voler dare un’interpretazione negativa di quest’ultimo, dimostrando però quanto di male ha fatto per arrivare alla vittoria.

Secondo lui, la violenza è presentata come difesa della patria, come nel – triangolo rosso – in Romagna dove molti proprietari terrieri e parroci, che avevano preso la tessera del partito solo perché vivevano nel regime, furono uccisi con l’accusa di connivenza con il Fascismo.

Il libro di Pansa ha suscitato molte critiche dalla sinistra che ha giudicato sconveniente parlare dei crimini della resistenza in un momento in cui la lotta al Fascismo come momento fondante dell’Italia viene messo in discussione.

Nonostante le critiche il suo fine è quello di fornire un documento utile su un aspetto importante della storia italiana e di far capire che in pochissimi schieramenti, solo i più nobili, ci sono persone animate da sentimenti valorosi.

Claudio Pavone, storico revisionista di sinistra, suddivide e analizza la Resistenza in 2 guerre: patriottica e civile cercando di superare gli schemi tradizionali di interpretazione.

Di fronte alle considerazioni più semplicistiche lui tenta di riordinare questo particolare momento storico.

Tedeschi, Fascisti erano i nemici di ciascuna delle 3 guerre.

I Tedeschi erano nazisti, i fascisti erano la maggior parte degli italiani ( simbolo del grande consenso che il popolo italiano affidava con responsabilità al Fascismo).

Ernesto Galli della Loggia, storico di professione, afferma che la resistenza, nonostante i traditori che vi presero parte, non portò nell’Italia repubblicana un forte sentimento nazionale come con il Fascismo.

E’ accaduto, secondo lui, che per cinquant’anni l’Italia sia stata una democrazia senza nazione, senza “Patria”.

E’ per questo che lui sostiene che la patria è morta l’8 settembre 1943 quando era sotto il Fascismo che coinvolgeva gran parte della popolazione.

Infine Della Loggia spiega alcune delle cause per le quali non c’è mai stato un vero spirito nazional-patriottico: metà dei cittadini ha temuto per molti anni di essere arrestata o magari uccisa dall’altra metà; nessuna scelta di politica estera è stata fatta con il consenso di tutti; le influenze straniere hanno potuto fare tutto ciò che hanno voluto e l’esercito e le forze di polizia sono sempre state considerate simbolo di divisione e pericolo per la democrazia.

Massimo Fini giornalista de “Il Giorno” sostiene che la Resistenza ebbe un ruolo del tutto marginale perché l’Italia è stata liberata dagli Angloamericani.

La Resistenza è servita, secondo lui a quelle poche migliaia di uomini e di donne ( circa 200000) cui va il rispetto della nazione tramite libri di storia diffamatori sull’onore del Fascismo ed esaltante per chi si è definito a fine guerra un falso partigiano, ma non riscatta tutti gli altri italiani (la maggioranza) che aderirono al Fascismo, ed entrarono a fianco dei nazisti.

La Resistenza ha consentito agli italiani di far finta di aver vinto una guerra che invece hanno perso per lui nel peggiore dei modi.

Fini dice che la storia è per sua natura revisionista e ognuno ha il dovere di verificare la veridicità dei fatti sottraendoli alla versione dei vincitori.

In conclusione “il cosiddetto revisionismo” viene usato da qualcuno nel cercare delle verità inconfutabili come nel tentativo di spiegare che la Repubblica di Salò sono delle scelte di idealisti, di patrioti che si proponevano di salvare l’Italia dai guai peggiori.

L’importante è fare con obiettività constatazioni nel cercare di trovare una verità più utile, reale e non di comodo.

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Identità – Daniele Giannini

Pubblicato da lsmessina su Giugno 5, 2008

Mentre ci accingevamo alla preparazione di questo 1° numero della nostra rivista telematica, due fatti importanti, uno di cronaca ed uno di politica ci hanno colpiti e ancora di più fatto capire quale dovrà essere la principale battaglia italiana ed europea dei prossimi anni: la difesa dell’ identità, specialmente considerando la situazione degli italiani, che non solo non ricevono alcuna nozione della loro identità, ma, al contrario, vengono accuratamente tenuti alla larga da qualsiasi idea di autocoscienza culturale.

Esemplificativo di quanto sopra descritto è il fatto di cronaca relativo alla miliardaria maxi vincita del Superenalotto con la scomposta reazione da parte dei compaesanei dello sconosciuto fortunato. Scene di gioia, cori, traffico impazzito, rincorsa a farsi riprendere ed intervistare da parte di gente che nulla aveva vinto, la cui vita rimarrà identica e che invece di sfruttare i riflettori caduti su di loro per denunciare la grave crisi occupazionale, il degrado della loro città, la crescente immigrazione clandestina, hanno gareggiato in dichiarazioni di imbecillità sull’identikit del vincitore.

Ancora una volta gli italiani hanno dimostrato che per loro l’apparire conta più dell’essere, che l’identikit è più importante dell’identità.

L’altro fatto, politico e sicuramente ancor più grave, è la nuova maxi sanatoria per 250.000 ( duecentocinquantamila ) immigrati decisa dal Consiglio dei Ministri. Si tratta di un provvedimento pericolosissimo che mina alle fondamenta l’integrità del popolo italiano e punta a fare della nostra nazione una società multirazziale.

Società multirazziale che ha fallito ovunque nel mondo, caso più eclatante la tanto copiata America, ma che garantisce forza lavoro a basso costo e poca coesione sociale, entrambe condizioni ottimali sia per i magnati dell’alta finanza che per i nostri squallidi politicanti interessati solo alla logica del profitto e del potere.

Il progetto del Nuovo Ordine Mondiale di renderci tutti atomi del supermercato terrestre prosegue indisturbato e l’Italia sembra incapace di trovare in se stessa le ragioni della propria esistenza; un’Italia in cui il cervello delle giovani generazioni è devastato e paralizzato da una guerra culturale che nessuno (escluso Noi) vuole combattere.

Ecco quindi l’importanza della lotta per la difesa e la riscoperta delle proprie tradizioni, usi, lingua, insomma tutto ciò che forma la cultura, cultura italiana ed europea magari diversa nelle forme esteriori ma identica sotto l’aspetto dei valori condivisi, valori spirituali, etici, morali in grado di dare un senso alla vita e contrapporsi alla subcultura della morte e dell’egoismo che vediamo prospettarci dai fautori della droga libera, dell’aborto, della manipolazione genetica, il tutto unito al culto dello sradicamento, della rottura con il passato che si manifesta in maniera evidente nella vita di tutti i giorni e sta portando alla frustrazione, all’insicurezza, alla solitudine dell’uomo e della donna contemporanei, costretti a vivere in una società sempre più materialista in cui più niente ha valore ma tutto ha un prezzo.

E’ tempo di scelte e noi abbiamo già scelto: la nostra attività politica ne è testimonianza diretta, ma tutto ciò non ci basta, non siamo qui per dovere di testimonianza, ma bensì per costruire un futuro diverso.

Avanti quindi nelle strade, nei mercati, nelle piazze, sul posto di lavoro, starà alla nostra preparazione, alla nostra intelligenza saper inserire le rivendicazioni quotidiane in un progetto di cambiamento molto più vasto che punti a ricostruire su nuove fondamenta nazional-popolari l’ identità italiana.

Il nostro popolo ha bisogno di esempi concreti; sta a noi dimostrarci all’altezza del compito.

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Come il Fascismo sconfisse la mafia

Pubblicato da lsmessina su Giugno 5, 2008

Mussolini, per vincere la mafia siciliana, diede pieni poteri al prefetto Mori che riuscì a debellare il fenomeno nell’isola. I sistemi adottati dal prefetto furono alquanto energici ed efficaci.

Le sue “vittime” furono alla fine della guerra considerate come perseguitati politici; difatti due dei più noti e potenti boss del dopoguerra, Calogero Vizzini e Genco Russo, furono addirittura insigniti della croce di cavaliere della Repubblica a compenso delle persecuzioni fasciste: indubbiamente un ottimo inizio per quest’Italia democratica.

Cesare Mori non fu affatto fascista, ma solo il Fascismo gli diede l’unica arma vincente per debellare definitivamente la mafia. A tutt’oggi i metodi del prefetto di ferro sono ancora considerati gli unici per combattere il fenomeno malavitoso. Gli stessi mafiosi ammettono che Mori fu il loro più pericoloso avversario. Il pentito Antonino Calderone racconta: ” [...] I mafiosi erano usciti impoveriti dal Fascismo. Dopo la guerra non c’era quasi più mafia. La mafia era una pianta che non si coltivava più. Mio zio Luigi, un capo, un’autorità, si era ridotto al punto di fare il ladro per sopravvivere [...]“.

Mori ebbe a sua disposizione tutti i mezzi ed i poteri necessari per svolgere al meglio la sua missione.

Appena arrivato in Sicilia, alcuni “fascisti trapanesi della prima ora” inviarono una petizione a Mussolini chiedendogli l’allontanamento dell’antipatriottico prefetto; il risultato di tale operazione fu che tutti i “fascisti” furono espulsi immediatamente dal partito.

Nel dicembre 1925 Mori mosse contro i briganti delle Madonie; il suo esercito privato è composto da 800 uomini fra carabinieri e guardie di PS. La sua azione ricalca un’operazione militare: divide i suoi uomini in gruppi più piccoli che circondano pian piano la città di Gangi. Dopo dieci giorni di vero e proprio assedio, il paese viene attaccato e ogni casa è rastrellata. Alla fine dell’operazione vengono arrestate più di 400 persone.

Un’altra arma utilizzata dal prefetto fu quella del sequestro di tutti i beni dei banditi.

L’operazione viene condotta di giorno e con abbondante pubblicità in modo da dimostrare la vittoria

dello stato sulla malavita e in modo da ridicolizzare i boss mafiosi.

Mussolini gli invierà il seguente telegramma: “Prefetto Mori, Palermo. Durante il mio viaggio in Sicilia dissi in una pubblica piazza, dinanzi a gran folla di popolo acclamante, che bisognava liberare la nobile popolazione siciliana dalla delinquenza rurale e dalla mafia.

Veggo che dopo epurazione nella provincia di Trapani, V.E. continua magnificamente l’opera nelle Madonie.

Le esprimo il mio vivo e altissimo compiacimento e la esorto a proseguire sino in fondo, senza riguardo per alcuno, in alto o in basso. Il Fascismo, che ha liberato l’Italia da tante piaghe, cauterizzerà, se necessario col ferro e col fuoco, la piaga della delinquenza siciliana.

Cinque milioni di laboriosi, patriottici siciliani non devono più oltre essere vessati, taglieggiati, derubati e disonorati da poche centinaia di malviventi. Anche questo problema deve essere risolto e sarà risolto!”

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Camerata Sergio Ramelli, presente!

Pubblicato da lsmessina su Giugno 5, 2008

Sergio Ramelli, nato a Milano l’8 luglio 1956, nella primavera del 1975 frequentava l’I.T.I.S. “Ettore Molinari” del capoluogo lombardo. Diciottenne, era uno studente di chimica industriale, e come tanti altri giovani credeva in ideali tuttora vivi dentro di noi, IDEALI che non moriranno mai, ideali che ogni italiano vero porterà dentro di se per tutta la propria vita. Militante del “Fronte della Gioventù“, un’organizzazione politica giovanile del “Movimento Sociale Italiano” allora guidato egregiamente da Giorgio Almirante.

Sergio Ramelli, fiduciario del Fronte della Gioventù, aveva professato apertamente in diverse occasioni le sue idee politiche, e si era reso partecipe di scontri verbali con giovani dell’opposta fazione, giovani comunisti filo-brigatisti e militanti delle brigate rosse. Tra la fine del 1974 e l’inizio del 1975 il giovane milanese aveva ricevuto minacce telefoniche, tanto che la famiglia ritenne opportuno iscrivere il giovane ad un altro istituto superiore. Durante le assemblee di Istituto non aveva mai avuto paura di esprimere, in un clima prettamente comunista ed anti-liberale, le sue idee, giuste o sbagliate che fossero. Ma si sa che in quel periodo, in un clima di terrore divulgato dai comunisti rei di atti di terrorismo, non era facile potere vivere liberamente le proprie idee politiche nonostante la Costituzione lo permettesse.

Il 13 Marzo 1975, Ramelli stava ritornando a casa, ed era in procinto di chiudere la catena di sicurezza del proprio motorino dopo averlo parcheggiato in via Paladini, per poi dirigersi a via Amedeo, dove risiedeva. All’altezza di Via Paladini 15, venne attaccato da un commando di uomini armati di chiavi inglesi e spranghe, che come vigliacchi, tipico dei comunisti italiani, gli procurarono danni alla scatola cranica e alle meningi. Una volta caduto dopo i primi colpi, fu ripetutamente colpito dagli aggressori. Il corpo venne trovato dopo pochi minuti da un commesso calzaturiero: allertò la portinaia del palazzo vicino, Graziella Zacchia, che riconobbe Ramelli e chiese l’intervento della polizia e delle ambulanze. Fu portato d’urgenza presso l’Ospedale Maggiore di Milano in Via Sforza e, dopo essere stato sottoposto ad un intervento chirurgico ricostruttivo della calotta cranica durato cinque ore, cadde in coma profondo.

Sergio Ramelli, dopo 48 giorni di agonia MORI’ il 29 Aprile 1975.

Il Fronte della Gioventù emise subito un comunicato stampa condannando la banda armata marxista, mentre il Movimento Sociale Italiano accusò genericamente il banditismo di sinistra. Anche i sindacati emisero comunicati di ferma condanna verso l’aggressione. Altre ferme condanne arrivarono da tutte le cariche dello stato e dall’arco parlamentare. Giorgio Almirante vi presenziò, unendosi a coloro che trasportavano a spalla la bara di Ramelli dal furgone sino dentro la chiesa.

“…un colpo, due colpi, altri colpi sul capo,
finchè non furon certi di aver finito.
I loro volti eran nascosti dal rosso,
come il tuo volto dal sangue che avevi già addosso.
La morte di un tempo aveva la falce,
la morte di oggi ha pure il martello;
lasciò la sua firma su quel muro di calce,
proprio di fronte al tuo cancello
Per quarantasette giorni una madre ha sperato e pregato
accanto al letto del figlio morente,
fino a quando una notte il suo cuore ha ceduto.
Ma alla gente non importavaniente.
Era morto un fascista,
non valeva la pena guastarsi l’appetito
rovinarsi la cena.
Era morto un fascista, andava in fretta sepolto
avevan paura anche di un morto….”

CIAO SERGIO . . .

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GIUSEPPE BONANNO CONTI PRESIDENTE!

Pubblicato da lsmessina su Giugno 5, 2008

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