Il blog dei Giovani Camerati

“Nessun fenomeno al mondo può impedire al sole di risorgere”

Archivio per 7 Giugno 2008

NO ALLA DROGA!!!

Pubblicato da lsmessina su Giugno 7, 2008

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Apulia Fest 2008

Pubblicato da lsmessina su Giugno 7, 2008

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Gianfranco Fini il (finto) fascista

Pubblicato da lsmessina su Giugno 7, 2008

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Quando la morte arriva cantando: “BANDIERA ROSSA” – a cura di Fabio GALANTE

Pubblicato da lsmessina su Giugno 7, 2008

Era una notte calda e umida a Bastiglia (MO) quando la sera del 27 aprile 1945 alcuni partigiani (Brigata Garibaldi) si introdussero nell’abitazione di Walter Ascari, lo derubarono, fecero razzia di carni e salumi; lo prelevarono e lo trasportarono in aperta campagna. Ascari non era fascista ma neanche comunista, era un benestante e questa era una grandissima colpa durante le “Radiose Giornate” quindi colpendo Walter Ascari avrebbero colpito lo “Stato Borghese”.

Giunti in località Montefiorino alcuni partigiani estrassero dei bastoni e cominciarono a colpire il malcapitato come dei forsennati; altri con l’ausilio di una canna di bambù lo seviziarono fino a rompergli l’ano e parte dell’intestino. Ma era ancora ben poca cosa, una fine orrenda attendeva il povero Walter Ascari. “A morte!” “A morte!” Urlavano gli assassini… Per la sua mattanza finale, i gloriosi e pluridecorati eroi garibaldini pensano a qualcosa di diverso dalla solita raffica di mitra… Qualcosa di speciale… Qualcosa che soltanto la loro mente perversa e assassina poteva immaginare, qualcosa che va aldilà dell’umana cattiveria.

Lo appesero per i polsi ad un grosso ramo in modo che il corpo del moribondo fosse ben teso assicurandolo per i piedi al terreno con una corda. Poi, con una grossa sega da boscaiolo a quattro mani, lo tagliarono in due! Da vivo! Il suo corpo fu gettato in seguito in una porcilaia. Quando lo ritrovarono, ben poco era rimasto di quel pover’uomo.

Queste storie maledette di partigiani assassini, li pubblico affinchè cada, dopo oltre 50 anni, il muro di omertà che ha avvolto la storia della repubblica, la storia dei falsi liberatori, la storia d’Italia. Parecchi ex partigiani sono ancora viventi, vale a dire che parecchi assassini sono ancora in libertà. Saranno vecchi, forse decrepiti, ma l’età non li ha migliorati di certo.

Essi credono fermamente nei valori in cui credevano durante la guerra, non esiterebbero ad uccidere pur di soddisfare la loro cattiveria, perchè si tratta solo ed esclusivamente di cattiveria fine a se stessa, nient’altro. Ci sono ex partigiani, anzi io li definirei partigiani a tutti gli effetti, che ancora oggi intimoriscono le popolazioni locali dei luoghi dove si verificarono queste orrende vicende. Raccontati oggi, questi episodi terribili sembrano venire da un altro mondo, forse da un’altra galassia, tanto sono pieni di inspiegabile ferocia, di paurosi istinti animaleschi.

Come nella grande tradizione del C.L.N., anche questo

fatto sarà classificato ed archiviato come “coraggiosa

azione di guerra” e gli esecutori di questa orribile

mattanza rimarranno impuniti, anzi, premiati con

medaglie al valore!

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Berlusconi taglia l’ Ici e… i fondi destinati alla Sicilia!

Pubblicato da lsmessina su Giugno 7, 2008

Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha deciso di azzerare del tutto la tassa sulla prima casa. Ma come far fronte ai 2,5 miliardi di euro necessari a compensarla? Lui e Tremonti hanno pensato bene di fregare 864 milioni di euro dai fondi destinati alla Sicilia, così ripartiti:

- 55 milioni necessari a stabilizzare i 3.200 precari di Palermo

- 500 milioni che sarebbero serviti alle metropolitane di Palermo e Messina (250 a testa) e alla statale Agrigento – Caltanissetta

- 78 milioni destinati a Enna per la realizzazione del campus universitario

- 50 milioni che erano destinati ai viticultori danneggiati dalla peronospora

- 20 milioni destinati alle isole minori

- 2 milioni per le aree marine

- 3 milioni per il bosco di Gela

- 2 milioni di euro per le autostrade del mare

- 2 milioni dieuro destinati all’ apicultura

- 14 milioni destinati alla SANITA’

Nel 2009 la Sicilia dovrà donare altri 960 milioni di euro per compensare i 2,5 miliardi buco.

Il presidente dela Regione, Raffaele Lombardo, annuncia battaglia, dicendo che farà ricorso alla Corte costituzionale contro lo scippo operato dal governo e voterà contro il provvedimento.

Ma non è solo nella lotta: insorge anche Agazio Loiero, presidente della Calabria, che, rivolgendosi al premier, definisce “ingiusto” il sacrificio chiesto a sciliani e calabresi.

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Occhio agli immigrati!

Pubblicato da lsmessina su Giugno 7, 2008

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L’ altro Olocausto

Pubblicato da lsmessina su Giugno 7, 2008

Criminali Comunisti Jugoslavi Ieri e Oggi

Le vittime italiane dei Lager di Tito

(evviva il comunismo, evviva la libertà)

Giuseppe Spano aveva 24 anni e molta fame. In poco più di un mese aveva perso oltre 20 chili ed era diventato pelle e ossa. Quel 14 giugno 1945 non resistette e rubò un po’ di burro. Fu fucilato al petto per furto.

Ferdinando Riechetti aveva 25 anni ed era pallido, emaciato. Il 15 giugno 1945 si avvicinò al reticolato per raccogliere qualche ciuffo d’erba da inghiottire. Fu fucilato al petto per tentata fuga.

Pietro Fazzeri aveva 22 anni e la sua fame era pari a quella di centinaia di altri compagni. Ma aveva paura di rubare e terrore di avvicinarsi al reticolato. II 1° luglio 1945 morì per deperimento organico.

In quale campo della morte sono state scritte queste storie?

A Dachau, a Buchenvald oppure a Treblinka?

No, siamo fuori strada:

Questo è uno dei lager di Tito!

Borovnica, Skofja Loka, Osseh. E ancora Stara Gradiska, Siska, e poi Goli Otok, I’Isola Calva.

Pochi conoscono il significato di questi nomi. Dachau c Buchenvald sono certamente più noti, eppure sono la stessa cosa. Solo che i primi erano in Jugoslavia e gli internati erano migliaia di italiani. deportati dalla Venezia Giulia alla fine del secondo conflitto mondiale e negli anni successivi, a guerra finita, durante I’occupazione titina.

I DEPORTATI DIMENTICATI IN NOME DELLA POLITICA ATLANTICA

Una verità negata sempre, per ovvi motivi, dal regime di Belgrado, ma inspiegabilmente tenuta nascosta negli archivi del nostro ministero della Difesa. Oggi il Borghese è entrato in possesso dei documenti segreti che, oltre a fornire l’ennesima prova dell’Olocausto italiano sui confini orientali, sono un terribile atto di accusa non solo nei confronti di Tito, ma soprattutto verso tutti i governi che si sono succeduti dal 1945 in poi. Partendo da quello di Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, per finire con gli ultimi di Silvio Berlusconi., Lamberto Dini e Romano Prodi. Perchè nessuno ha parlato? Perché nessuno ha tolto il segreto ai documenti che provano (con tanto di fotografie) il massacro e le torture di migliaia di italiani? Semplice: la verità è stata sacrificata alla ragion di Stato. Vediamo perché.

Belgrado, nell’immediato dopoguerra, si avvia sulla strada dello strappo con Mosca ed il nascente blocco occidentale vuole a ogni costo che quel divorzio si consumi. Ma il costo l’ha pagato solo il nostro Paese il cui governo, per codardia, accetta supinamente di sacrificare sull’altare della politica atlantica migliaia di giuliani, istriani, fiumani, dalmati. Colpevoli solo di essere italiani.

“Condizioni degli internati italiani in Jugoslavia con particolare riferimento al campo di Borovnica (40B-D2802) e all’ospedale di Skofjia Loka (11-D-2531) ambedue denominati della morte” titola il rapporto del 5 ottobre 1945, con sovrastampato “Segreto”, dei Servizi speciali del ministero della Marina. Il documento, composto di una cinquantina di pagine, contiene le inedite testimonianze e le agghiaccianti fotografie dei sopravvissuti, accompagnate da referti medici e dichiarazioni dell’Ospedale della Croce Rossa di Udine, in cui questi ultimi erano stati ricoverati dopo la liberazione, e da un elenco di prigionieri deceduti a Borovnica. Il colonnello medico Manlio Cace, che in quel periodo ha collaborato con la Marina nel redigere la relazione che, se non è stata distrutta, è ancora gelosamente custodita negli archivi del ministero della Difesa, lasciò fotografie e copia del documento al figlio Guido, il quale lo ha consegnato alle redazioni del Borghese e di Storia Illustrata.

MANCA IL CIBO MA ABBONDANO LE FRUSTATE

“Le condizioni fisiche degli ex internati”, premette il rapporto, “costituiscono una prova evidente delle condizioni di vita nel campi Jugoslavi ove sono ancora rinchiusi numerosi italiani, molti dei quali possono rimproverarsi solamente di aver militato nelle fila dei partigiani di Tito in fraterna collaborazione con i loro odierni aguzzini…”

Ai primi di maggio del ‘45, dopo la capitolazione tedesca, i partigiani di Tito controllano l’intera Istria, giungendo a Trieste e Gorizia prima degli anglo-americani. Sono i giorni del terrore, del calvario delle foibe, ma anche dell’altra terribile faccia della “pulizia etnica”: le deportazioni. Sono migliaia gli italiani internati nei lager jugoslavi e poche centinaia faranno ritorno a casa, dopo aver subito terribili sofferenze.

“Il vitto era pessimo e insufficiente”, racconta nel rapporto il carabiniere Damiano Scocca, 24 anni, preso dai titini il 1° marzo 1945 nella caserma del Cln di Trieste, “e consisteva in due pasti giornalieri composti da due mestoli di acqua calda con poca verdura secca bollita… A Borovnica non si faceva economia di bastonate; durante il lavoro sul ponte ferroviario nelle vicinanze del campo chi non aveva la forza di continuare a lavorare vi veniva costretto con frustate … “. ” … Durante tali lavori”, afferma il finanziere Roberto Gribaldo, in servizio alla Legione di Trieste e “prelevato” il 2 maggio, “capitava sovente che qualche compagno in seguito alla grande debolezza cadesse a terra e allora si vedevano scene che ci facevano piangere. Il guardiano, invece di permettere al compagno caduto di riposarsi, gli somministrava ancora delle bastonate e tante volte di ritorno al campo gli faceva anche saltare quella specie di rancio”.

Le mire di Tito sul finire del conflitto sono molto chiare: ripulire le zone conquistate dalla presenza italiana e costituire la settima repubblica jugoslava annettendosi la Venezia Giulia e il Friuli orientale fino al fiume Tagliamento.

Antonio Garbin, classe 1918, è soldato di sanità a Skilokastro, in Grecia. L’8 settembre 1943 viene internato dal tedeschi e attende la “liberazione” da parte delle truppe jugoslave a Velika Gorica. Ma si accorge presto d essere nuovamente prigioniero. “Eravamo circa in 250. Incolonnati e scortati da sentinelle armate che ci portarono a Lubiana dove, dicevano, una Commissione apposita avrebbe provveduto per il rimpatrio a mezzo ferrovia. Giunti a Lubiana ci avvertirono che la commissione si era spostata … “. I prigionieri inseguirono la fantomatica commissione marciando di città in città fino a Belgrado.

PRIGIONIERI UCCISI PERCHE’ INCAPACI DI RIALZARSI

“In 20 giorni circa avevamo coperto una distanza di circa 500 chilometri, sempre a piedi”, racconta ancora Garbin ai Servizi speciali della Marina italiana. “La marcia fu dura, estenuante e per molti mortale. Durante tutto il periodo non ci fu mai distribuita alcuna razione di viveri. Ciascuno doveva provvedere per conto proprio, chiedendo un pezzo di pane al contadini che si incontravano… Durante la marcia vidi personalmente uccidere tre prigionieri italiani, svenuti e incapaci di rialzarsi. I morti, però, sono stati molti di più… Ci internarono nel campo di concentramento di Osseh (vicino Belgrado, ndr), avevamo già raggiunto la cifra di 5 mila fra italiani, circa un migliaio, tedeschi, polacchi, croati … “.

Chi appoggia Tito nel perseguire il suo obiettivo di egemonia sulla Venezia Giulia?

Naturalmente il leader del Pci Palmiro Togliatti, che il 30 aprile 1945, quando i partigiani titini sono alle porte di Trieste, firma un manifesto fatto affiggere nel capoluogo giuliano:

“Lavoratori di Trieste, il nostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con loro nel modo più assoluto”

A confermare che la pulizia etnica è continuata anche a guerra finita sono le affermazioni di Milovan Gilas, segretario della Lega comunista jugoslava, che, in un intervista di sei anni fa a un settimanale italiano, ammette senza giri di parole: “nel 1946 io ed Edvard Kardelj andammo in Istria ad organizzare la propaganda anti-italiana… bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Massacri di civili, violenze, torture, affogamenti di massa, mutilazioni… Così fu fatto”

SKOFJA LOKA, L’OSPEDALE CHIAMATO “CIMITERO”

E nei campi di concentramento finiscono anche i civili, come Giacomo Ungaro, prelevato dai titini a Trieste il 10 maggio 1945 “Un certo Raso che attualmente trovasi al campo di Borovnica”, è la dichiarazione di Ungaro, “per aver mandato fuori un biglietto è stato torturato per un’intera nottata., è stato poi costretto a leccare il sangue che perdeva dalla bocca e dal naso; gli hanno bruciacchiato il viso e il petto così che aveva tutto il corpo bluastro. Sigari accesi ci venivano messi in bocca e ci costringevano ad ingoiarli”.

I deperimenti organici, la dissenteria. le infezioni diventano presto compagni inseparabili dei prigionieri. “Fui trasferito all’ospedale di Skofja Loka. Ero in gravissime condizioni”, è il lucido resoconto del soldato di sanità Alberto Guarnaschelli, “ma dovetti fare egualmente a piedi i tre chilometri che separano la stazione ferroviaria dalI’ospedale. …Eravamo 150, ammassati uno accanto all’altro, senza pagliericcio, senza coperte. Nella stanza ve ne potevano stare, con una certa comodità, 60 o 70.Dalla stanza non si poteva uscire neppure per fare i bisogni corporali. A tale scopo vi era un recipiente di cui tutti si dovevano servire. Eravamo affetti da diarrea, con porte e finestre chiuse. Ogni notte ne morivano due, tre, quattro. Ricordo che nella mia stanza in tre giorni ne morirono 25. Morivano e nessuno se ne accorgeva … “.”Non dimenticherò mai i maltrattamenti subiti”, è la testimonianza del soldato Giuseppe Fino, 31 anni, deportato a Borovnica ai primi di giugno 1945, “le scudisciate attraverso le costole perchè sfinito dalla debolezza non ce la facevo a lavorare. Ricorderò sempre con orrore le punizioni al palo e le grida di quei poveri disgraziati che dovevano stare un’ora anche due legati sospesi da terra; ricorderò sempre con raccapriccio le fucilazioni di molti prigionieri, per mancanze da nulla, fatte la mattina davanti a tutti…”.”Le fucilazioni avvenivano anche per motivi futili …”, scrive il rapporto segreto riportando il racconto dei soldati Giancarlo Bozzarini ed Enrico Radrizzali, entrambi catturati a Trieste il 1° maggio 1945 e poi internati a Borovnica.

PER ORE LEGATI A UN PALO CON IL FILO DI FERRO!

“La tortura al palo consisteva nell’essere legato con filo di ferro ad ambedue le braccia dietro la schiena e restare sospeso a un’altezza di 50 cm da terra, per delle ore. Un genovese per fame rubò del cibo a un compagno, fu legato al palo per più di tre ore. Levato da quella posizione non fu più in grado di muovere le braccia giacchè, oltre ad avere le braccia nere come il carbone, il filo di ferro di ferro era entrato nelle carni fino all’osso causandogli un’infezione. Senza cura per tre giorni le carni cominciarono a dar segni di evidente infezione e fuoriuscita di essudato sieroso purulento, quindi putrefazione. Fu portato a una specie di ospedale e precisamente a Skofja Loka. Ma ormai non c’era più niente da fare, nel braccio destro già pullulavano i vermi… AI campo questo ospedale veniva denominato il Cimitero….”Nel lager di Borovnica furono internati circa 3 mila italiani, meno di mille faranno ritorno a casa. A questi ultimi i soldati di Tito imposero di firmare una dichiarazione attestante il “buon trattamento” ricevuto. “I prigionieri (liberati, ndr) venivano diffidati a non parlare”, racconta ancora Giacomo Ungaro, liberato nell’agosto 1945, “e a non denunziare le guardie agli Alleati perchè in tal caso quelli che rimanevano al campo avrebbero scontato per gli altri”.

TORTURE NEI LAGER DI TITO

Per conoscere gli orrori di un campo di concentramento titino è opportuno riassumere i vari tipi di punizione, come emergono dai racconti dei sopravvissuti.

La prima è la fucilazione decretata per la tentata fuga o per altri fatti ritenuti gravi da chi comanda il campo, il quale commina pena sommarie. Spesso il solo avvicinarsi al reticolato viene considerato un tentativo d’evasione. L’esecuzione avviene al mattino, di fronte a tutti gli internati.

C’è poi il “palo” che è un’asta verticale con una sbarra fissata in croce: ai prigionieri vengono legate le braccia con un fil di ferro alla sbarra in modo da non toccare terra con i piedi. Perdono così l’uso degli arti superiori per un lungo tempo se la punizione non dura troppo a lungo. Altrimenti per sempre.

Altra pena è il “triangolo” che consiste in tre legni legati assieme al suolo a formare la figura geometrica al centro della quale il prigioniero è obbligato a stare ritto sull’attenti pungolato dalle guardie finchè non sviene per lo sfinimento.

Infine, c’è la “fossa”, una punizione forse meno violenta ma sempre terribile, che consiste in una stretta buca scavata nel terreno dell’esatta misura di un uomo. Il condannato, che vi deve rimanere per almeno mezza giornata, non ha la possibilità nè di piegarsi nè di fare alcun movimento.

QUESTO ERA IL TRATTAMENTO CHE I PACIFICI COMUNISTI RISERVAVANO AI PRIGIONIERI NEI LORO LAGER

Queste persone, questi martiri, non hanno avuto (stranamente) una Anna Frank o un Primo Levi che li ricordasse, che testimoniasse l’orrore dei campi di concentramento comunisti. Alle vittime dei Nazisti non manca un solo quartiere che non abbia una strada a loro dedicata.

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Le Foibe nei dettagli – a cura di Fabio GALANTE

Pubblicato da lsmessina su Giugno 7, 2008

Questo Documento è stato realizzato dallo Staff del Sito Alleanza Nazionale Liguria Si ringrazia per il permesso di pubblicazione di questo rilevante e importante documento con la speranza di rendere pubblica, quanto più possibile, una fetta di Storia insabbiata per 50 anni.

Prefazione

Un filo rosso che lega idealmente i fatti che vogliamo raccontare in questa Pagina, con i giorni in cui il nostro lavoro è andato in stampa. Un filo rosso che unisce la storia di questi cinquant’anni, nel silenzio che l’ha accompagnata, nell’ignoranza che l’ha contraddistinta, nella subdola politica degli autori dello sterminio etnico, dei giudici conniventi e di chi ha sempre saputo ma ha preferito non parlare.Non stiamo dando la verità in pillole preconfezionate, vogliamo solo raccontarvi un pezzo di storia italiana che non troverete nei libri di scuola; vogliamo dare il via a un dibattito che attraverso la riscoperta di una memoria comune, ci può aiutare a trovare l’impervia strada della pacificazione di un popolo che ha smarrito il senso di appartenenza alla medesima vicenda nazionale. Abbiamo parlato di ignoranza, di silenzio, di politica subdola e giudici conniventi. Un esempio: a Novembre del 1998 si è decretato il non luogo a procedere nei confronti di tre infoibatori. La scusa? I reati sarebbero stati commessi su parte del territorio nazionale successivamente ceduto ad altro Stato.Peccato, che l’esercizio della giurisdizione non viene meno in quanto si fonda sull’applicabilità della legge italiana, per essere stato il reato commesso in territorio nazionale al tempo della sua consumazione. Peccato per tanta ignoranza e malafede da parte di chi dovrebbe rappresentare ognuno di noi. Un’ultima considerazione: il giudice che ha istruito il processo e gli avvocati di parte civile continuano a ricevere minacce di morte per il loro interessamento alla vicenda dei tre assassini. Non aspettatevi di trovare queste notizie sulle prime pagine dei giornali. Per certa gente continuano ad esistere italiani, morti, assassini, avvocati e giudici di serie A e di serie B; anche per loro abbiamo scritto questa dispensa.

Genocidio

Foibe, campi di sterminio, fosse comuni, tombe senza nomi e senza fiori, dove regna il silenzio dei vivi ed il silenzio dei morti.

Migliaia di scomparsi dalla storia che attendono giustizia e verità. Scomparvero dalle loro case, dall’affetto dei loro cari, dalla loro terra, dalla Patria che tutti amavano al di là delle diverse ideologie politiche.Insieme vittime di un disegno criminale basato sull’odio etnico degli slavi e sull’ideologia marxista-leninista, che saldarono il IX Corpus e le armate titine in un’unica fratellanza con i collaborazionisti italiani, rei di essersi macchiati del sangue dei fratelli, sacrificati sull’altare di un sogno utopistico di internazionalismo emancipatore dei popoli.Tra il 25 luglio 1943 (caduta del Regime fascista) e l’8 Settembre 1943 (data della comunicazione dell’Armistizio, in effetti firmato il 3.9.1943) nelle zone del confine orientale (Friuli, Area giuliana-goriziana, Trieste, Istria e Dalmazia) tedeschi (slavi alleati dei tedeschi e partigiani slavi comunisti) preparano le contromosse alla prevista modifica di posizione dell’Italia nei confronti della alleanza.In quel tempo nelle aree suddette, erano presenti, con i loro interessi nazionali o internazionali marxisti, le seguenti fazioni: i rappresentanti del Regio esercito italiano (che controllavano non solo le provincie italiane di Pola, Fiume e Zara, Spalato, ma anche l’acquisita provincia slovena di Lubiana e l’intera Dalmazia), i tedeschi (che ritenevano essenziale il controllo delle vie di comunicazione con i Balcani sia dal punto di vista strategico che per il transito delle materie prime), gli sloveni (divisi tra filo-tedeschi e filo-comunisti con sfumature nazionaliste), i croati (il regno di Croazia, più o meno affiliato alla Corona d’Italia, aveva in Ante Pavelic l’espressione nazionalista, filo-tedesca, anti-ebrea e anti-italiana), i croati filo-comunisti (inquadrati nelle forze della Resistenza, presenti in Istria e a contatto con italiani comunisti), i serbi cetnici, le formazioni volontarie slave inquadrate nelle Ss (Bosniaci, Croati, ecc.).L’area, inoltre, da sempre considerata di influenza britannica, collegava le sue mosse a rapporti stretti sia con Londra che con Mosca, attraverso le variegate componenti etnico-politiche.

Questo groviglio di gruppi non si fa trovare impreparato l’8 settembre, ad eccezione degli italiani, le cui Forze armate, abbandonate a se stesse, sono preda dei tedeschi e dei partigiani. La creazione dell’Ozak (zona d’operazioni del Litorale adriatico) da parte dei tedeschi e la nascita della Rsi (Repubblica sociale italiana) che riprende in mano la guida delle istituzioni civili e di polizia (carabinieri, Guardia di Finanza, Pubblica sicurezza confinaria ecc.) contribuiscono a “bonificare” la zona, che però non è indenne da atti di guerriglia, prelevamenti di persone e sparizione, rappresaglie, deportazioni di natura etnico-politica.Le autorità del Reich (nell’ambito delle quali si distinguono due ali: quella tedesca e quella austriaca, rappresentata dal commissario Rainer e dal comandante Ss Globocnick) stringono nuove alleanze appoggiando le nuove fazioni che si sono create e rafforzate nell’area (in Slovenia: Bela Garda e Domobranci – milizie armate anti comuniste e filo tedesche; in Croazia: Ustascia – milizie filo-naziste, ultra nazionaliste e permeate di mito etnico) a discapito degli interessi italiani. Tuttavia il Governo repubblicano fascista riesce a far sopravvivere la struttura amministrativa e la presenza militare attraverso reparti come la Xa- Mas, il Battaglione bersaglieri “Mussolini”, il reggimento alpini “Tagliarnento”, la Mdt (Milizia difesa territoriale), naturalmente i corpi di Polizia (carabinieri, Guardia di Finanza e Pubblica sicurezza) ed altri corpi militari e para-militari di vario spessore ed importanza (Guardia civica, Brigate nere, ecc.).

Va rafforzandosi anche la Resistenza italiana che però si presenta divisa in partigiani garibaldini comunisti che dal 1944 collaboreranno totalmente con la Resistenza slava rappresentata dal IX Corpus, rendendosi responsabili di collaborazione nei prelevamenti di italiani, come provato dalle testimonianze dei familiari dei deportati, e di eccidi di anti-comunisti (Porzus 7.2.1945), sono cioè, la parte più dura nella guerra civile (Gap) – e in partigiani osovani.Dal 1944 sono presenti nell’area forti contingenti di cosacchi, caucasici e turkmeni, inquadrati in formazioni militari tedesche ai quali era stata promessa una terra ed una patria nelle zone dell’Ozak. La presenza di numerosi militari paracadutati tra i partigiani (inglesi, americani, russi) e di incontri e missioni tra il Regno del Sud e reparti militari della Rsi rendono sempre più complessa la situazione che esplode alla caduta del fronte ed al crollo della Germania. E’ così che il primo maggio, truppe comuniste titine entrano in Trieste e Gorizia e, aiutate dai collaborazionisti italiani, fornite di liste di prescrizione, prelevano, deportano, infoibano e detengono in campi di sterminio circa 12.000 Italiani (secondo il Cln).A Zara, erano entrate il 30.10.1944 mentre a Fiume e Pola entreranno il 3.5.1945.Il disegno di genocidio fu condotto senza distinzioni politiche razziali ed economiche o di sesso ed età; furono arrestati fascisti ed anti-fascisti (anche partigiani), cattolici ed ebrei, industriali, dipendenti privati ma anche agricoltori, pescatori, donne, vecchi, bambini, e soprattutto, i servitori dello Stato (carabinieri, poliziotti, finanzieri, militi della Guardia civica, ecc.).Le Foibe colpirono una parte dei prelevati e furono la tomba di alcuni centinaia di italiani, ma la maggioranza finì in campi di sterminio ed in fosse comuni.

Momenti di una tragedia

La storia non è solo lo studio di date, di fenomeni, di battaglie, di interpretazioni, ma la visione di quell’eterno mosaico composto da milioni di tasselli che parlano di uomini e donne con i loro dolori, le loro tragedie, i loro sogni, i loro affetti.E’ per questo che i flash che accendiamo nel buio della galleria scura dell’ipocrisia e del silenzio creata in cinquant’anni di falsa storia vi sembreranno scarni, crudi, duri, ma vogliono ricondurre l’interpretazione della stessa alla lettura della vita, dei drammi e delle tragedie di migliaia di italiani.

Zara: ” … Nelle giornate del 7 e 8 novembre 1944 (Zara cadde in mano partigiana il 30 ottobre 1944) furono fatti uscire dai sotterranei della caserma “Vittorio Veneto” una ventina di agenti ed una trentina di civili ivi rinchiusi, e quindi, trasportati assieme ad altri venticinque civili nell’isola di Ugliano. Dopo che i partigiani accompagnatori hanno consumato il pasto e bevuto abbastanza, vengono invitati i primi venticinque a lasciare i loro abiti e rimanere solo con le scarpe, pantaloni e camicia. Dopo tale operazione vengono avviati lungo un sentiero terminante in un precipizio a picco sul mare e qui massacrati come cani. I cadaveri finiscono nel buffone lì vicino. Liquidati i primi, i partigiani tornano indietro per eseguire la stessa operazione con gli altri. Difatti anche questi vengono invitati a togliersi i vestiti e a rimanere solo con gli stessi indumenti dei primi; inoltre, raccolti tutti i documenti ed ogni carta tenuta dagli agenti, si procede alla loro distruzione col fuoco…” (doc. 12 Ministero Esteri)

Fiume: ” … avvennero arresti di antifascisti e fascisti, purché italiani. Per non fare lunghi elenchi di nomi voglio notare alcuni tra quelli completamente fuori da ogni movimento fascista. L’architetto Pagan, il quale, per essere dissenziente al movimento fascista, fu arrestato il giorno 3 maggio. Fu arrestata pure la moglie di un ufficiale della Marina italiana, combattente a fianco degli Alleati, nata Sennis. In seguito venne arrestata anche sua madre, la direttrice didattica Sennis. Altra persona arrestata fu Riccardo Bellandi, amatissimo per il suo buon cuore da tutti i fiumani “.

Spalato: “… Le nefaste giornate vissute dagli italiani di Spalato durante la temporanea occupazione delle bande serbo-comuniste resteranno dolorosamente scolpite nella mente di quanti hanno avuto la triste sorte di esserne testimoni oculari. Integerrime figure di patrioti italiani vennero barbaramente seviziate ed uccise. Oltre quattrocentocinquanta furono le vittime cadute nell’eccidio compiuto dai banditi contro cittadini che altra colpa non avevano se quella di essere italiani. Le notizie che giungono dalla dolorante terra di Dalmazia sono quanto mai angosciose. Oltre all’eccidio dei maestri delle scuole di Spalato e di altri paesi dell’interno della Dalmazia, risultano uccisi il conte Silvio de Micheli Vitturi e l’avvocato Matteo Mirossevich, commissari comunali alla Castella, nonché il fiduciario del Fascio di Castel San Giorgio Mario Valich, gli squadristi Vincenzo Bilinich, Ben Radovnicovich, Antonio Biuk, Simeone Segnanovich, Antonio Bonacci, Stefano Zocchich, tale Craglich, i fratelli Vittorio e Michele Fiorentino e tanti altri. Pure, sotto il piombo della furia omicida dei banditi, sono caduti vari commissari di Pubblica sicurezza, assieme ad una ottantina di agenti. Tra gli scomparsi figura anche il dottor Popov, il dottor Maiano, il dottor Castellini e il dottor Sorge. A Lissa è stato ucciso lo squadrista Petrossich. Giuseppe Trzich e la figlia del viceprefetto Lugher, che da Zara si recavano a Spalato, sono stati anch’essi barbaramente assassinati. Numerosi sono gli italiani i quali prima di essere uccisi hanno dovuto sottostare a crudeltà inaudite.

A taluni sono stati strappati con delle tenaglie roventi gli orecchi, altri, rinchiusi in gabbie di ferro, sono stati esposti al ludibrio della plebaglia.

A stroncare tale scempio di vite umane sono sopraggiunte le truppe tedesche, costrette a combattere aspramente prima di aver ragione dei banditi che si erano asserragliati a Salona, la quale, data la violenza della lotta, è stata completamente distrutta…”

F O I B E

( Se PRIMO LEVI avesse visto quanto descritto quì sotto…

la frase “se c’è Auschvitz non può esistere Dio” forse non l’avrebbe scritta. )

AUSCHWITZ, DACHAU, TREBLINKA…?

NO, FOIBE.

Foiba di Basovizza e Monrupino

Oggi monurnenti nazionali. Diverse centinaia sono gli infoibati in esse precipitati. Sul massacro di Basovizza il giornale “Libera Stampa” in data 1.08.1945 pubblicava un articolo dal titolo: “Il massacro di Basovizza confermato dal Cln giuliano. Piena luce sia fatta in nome della civiltà. Una dettagliata documentazione trasmessa alle autorità alleate della zona ed al Governo italiano”.L’articolo riportava un documento sottoscritto da tutti i componenti del Cln e di quelli dell’Ente costitutivo autonomia giuliana, che così denunciava i crimini ac- caduti a Trieste tra fl 2 ed il 5 maggio: “Centinaia di cittadini vennero trasportati nel cosiddetto “Pozzo della Miniera” in località prossima a Basovizza e fatti precipitare nell’abisso profondo duecentoquaranta metri. Su questi disgraziati vennero in seguito lanciate le salme di circa centoventi soldati tedeschi uccisi nei combattimenti dei giorni precedenti e le carogne putrefatte di alcuni cavalli. Al fine di identificare le salme delle vittime e rendere possibile la loro sepoltura abbiamo chiesto consiglio agli esperti che hanno collaborato, a suo tempo, al recupero delle salme nelle Foibe istriane.

L’attrezzatura a disposizione dei nostri esperti non è sufficiente data l’eccezionale profondità del pozzo, il numero delle salme e lo stato di putrefazione delle stesse ……Davanti alle accuse che vengono fatte da alcuni organi di stampa, di uccisioni indiscriminate, che avrebbero interessato anche esponenti antifascisti, il giornale “Primorski Dnevník” in data 5.08.1945, smentendo l’uccisione di patrioti italiani, ammette l’infoibamento di italiani a Basovizza e particolarmente di poliziotti e finanzieri.Cosi scrive: “… Questa nuova Jugoslavia del maresciallo Tito, che per il numero delle vittime, per la vittoria comune occupa senza dubbio il secondo posto ,dopo l’Unione sovietica e che è rispettata ed onorata dalla popolazione slovena, croata e italiana di questa regione, non è possibile che abbia oltre alla Guardia di frontiera fascista, ai poliziotti, gettato nelle Foibe anche i combattenti che hanno combattuto da fratelli per la nuova Jugoslavia e dieci soldati neozelandesi….”E, proseguendo,con la definizione cinica dell’alibi che ancora oggi alcuni storici sloveni e croati sottolineano, giunge a dire: “… sulla terra che ha sofferto per venticinque anni il terrore snazionaliz-zatore italo-fascista si è combattuto per anni contro i nazi-fascisti assieme ad onesti italiani ed antifascisti non è questa la prima e nemmeno l’unica grotta dove si polverizzano le ossa dei criminali italiani e tedeschi e di quelli che si sono opposti…”Tra i responsabili degli infoibamenti a Basovizza può essere indicata la Banda Zoll-Steffè che presso le carceri triestine dei Gesuiti imperversò sotto la denominazione della Guardia del popolo.

Foiba di Scadaicina-

sulla strada di Fiume.

Foiba di Podubbo

Non è stato possibile, per difficoltà, il recupero. Il Piccolo del 5.12.1945 riferisce che coloro che si sono calati nella profondità di 190 metri, hanno individuato cinque corpi – tra cui quello di una donna completamente nuda – non identificabili a causa della decomposizione.

Foiba di Drenchia

Secondo Diego De Castro vi sarebbero cadaveri di donne, ragazzi e partigiani dell’Osoppo.

Abisso di Semich

” … Un’ispezione del 1944 accertò che i partigiani di Tito, nel settembre precedente, avevano precipitato nell’abisso di Semich (presso Lanischie), profondo 190 metri, un centinaio di sventurati: soldati italiani e civili, uomini e donne, quasi tutti prima seviziati e ancor vivi. Impossibile sapere il numero di quelli che furono gettati a guerra finita, durante l’orrendo 1945 e dopo. Questa è stata una delle tante Foibe carsiche trovate adatte, con approvazione dei superiori, dai cosiddetti tribunali popolari, per consumare varie nefandezze. La Foiba ingoiò indistintamente chiunque avesse sentimenti italiani, avesse sostenuto cariche o fosse semplicemente oggetto di sospetti e di rancori. Per giorni e giorni la gente aveva sentito urla strazianti provenire dall’abisso, le grida dei rimasti in vita, sia perché trattenuti dagli spuntoni di roccia, sia perché resi folli dalla disperazione. Prolungavano l’atroce agonia con sollievo dell’acqua stillante. il prato conservò per mesi le impronte degli autocarri arrivati qua, grevi del loro carico umano, imbarcato senza ritorno…” (Testimonianza di Mons. Parentin – da La Voce Giuliana del 16.12.1980).

Foibe di Opicina, di Campagna e di Corgnale -

” … Vennero infoibate circa duecento persone e tra queste figurano una donna ed un bambino, rei di essere moglie e figlio di un carabiniere…” (G. Holzer 1946).

Foibe di Sesana e Orle

Nel 1946 sono stati recuperati corpi infoibati.

Foiba di Casserova-

Sulla strada di Fiume, tra Obrovo e Golazzo. Ci sono stati precipitati tedeschi, uomini e donne italiani, sloveni, molti ancora vivi, poi dopo aver gettato benzina e bombe a mano, l’imboccatura veniva fatta saltare. Difficilissirni i recuperi.

Abisso di Semez

Il 7 maggio 1944 vengono individuati resti umani corrispondenti a ottanta – cento persone. Nel 1945 fu ancora “usato”.

Foiba di Gropada

Sono recuperate cinque salme.”… Il 12 maggio 1945 furono fatte precipitare nel bosco di Gropada trentaquattro persone, previa svestizione e colpo di rivoltella “alla nuca”. Tra le ultime: Dora Ciok, Rodolfo Zuliani, Alberto Marega, Angelo Bisazzi, Luigi Zerial e Domenico Mari…”

Foiba di Villa Orìzi

Nel mese di maggio del 1945, gli abitanti del circondario videro lunghe file di prigionieri, alcuni dei quali recitavano il Padre Nostro,scortati da partigiani armati di mitra, essere condotte verso la voragine. Le testimonianze sono concordi nell’indicare in circa duecento i prigionieri eliminati.

Foiba di Cernovizza (Pisino)

Secondo voci degli abitanti del circondario le vittime sarebbero un centinaio. L’imboccatura della Foiba, nell’autunno del 1945, è stata fatta franare.

Foiba di Obrovo (Fiume)

E’ luogo di sepoltura di tanti fiumani, deportati senza ritorno.

Foiba di Raspo

Usata come luogo di genocidio di italiani sia nel 1943 che nel 1945. Imprecisato il numero delle vittime.

Foiba di Brestovizza

Così narra la vicenda di una infoibata il “Giornale di Trieste in data 14.08.1947. “… Gli assassini l’avevano brutalmente malmenata, spezzandole le braccia prima di scaraventarla viva nella Foiba. Per tre giorni, dicono i contadini, si sono sentite le urla della misera che giaceva ferita, in preda al terrore, sul fondo della grotta..”.

Foiba di Zavni (Foresta di Tarnova)

Luogo di martirio dei carabinieri di Gorizia e di altre centinaia di sloveni oppositori del regime di Tito.

Foiba di Gargaro o Podgomila (Gorizia)

A due chilometri a nord-ovest di Gargaro, ad una curva sulla strada vi è la scorciatoia per la frazione di Bjstej. A una trentina di metri sulla destra della scorciatoia vi è una Foiba. Vi furono gettate circa ottanta persone.

Foiba di Vines

Recuperate dal Maresciallo Harzarich dal 16.10.1943 al 25.10.1943 cinquantuno salme riconosciute. In questa Foiba, sul cui fondo scorre dell’acqua, gli assassinati dopo essere stati torturati, furono precipitati con una pietra legata con un filo di ferro alle mani. Furono poi lanciate delle bombe a mano nell’interno. Unico superstite, Antonio Radeticchio, ha raccontato il fatto.

Cava di Bauxite di Gallignana

Recuperate dal 31 novembre 1943 all’8 dicembre 1943 ventitre salme di cui sei riconosciute.

Foiba di Terli

Recuperate nel novembre del 1943 ventiquattro salme, riconosciute.

Foiba di Treghelizza

Recuperate nel novembre del 1943 due salme, riconosciute.

Foiba di Pucicchi

Recuperate nel novembre del 1943 undici salme di cui quattro riconosciute.

Foiba di Surani -

Recuperate nel novembre del 1943 ventisei salme di cui ventuno riconosciute.

Foiba di Cregli

Recuperate nel dicembre del 1943 otto salme, riconosciute.

Foiba di Cernizza

Recuperate nel dicembre del 1943 due salme, riconosciute.

Foiba di Vescovado

Scoperte sei salme di cui una identificata.

Altre foibe da cui non fu possibile eseguire recupero nel periodo 1943 – 1945:

Semi

Jurani

Gimino

Barbana

Abisso Bertarelli

Rozzo

Iadruichi

Foiba di Cocevie a 70 chilometri a sud-ovest da Lubiana

Foiba di San Salvaro

Foiba Bertarelli (Pinguente) – Qui gli abitanti vedevano ogni sera passare colonne di prigionieri ma non ne vedevano mai il ritorno

Foiba di Gropada

Foiba di San Lorenzo di Basovizza

Foiba di Odolina – Vicino Bacia, sulla strada per Matteria, nel fondo dei Marenzi

Foiba di Beca – Nei pressi di Cosina

Foibe di Castelnuovo d’Istria – “Sono state poi riadoperate – continua il rapporto del Cln – le foibe istriane, già usate nell’ottobre del 1943″

Cava di bauxite di Lindaro

Foiba di Sepec (Rozzo)

Capodistria – Le Foibe

Dichiarazioni rese da Leander Cunja, responsabile della Commissione di indagine sulle Foibe del capodistriano, nominata dal Consiglio esecutivo dell’Assemblea comunale di Capodistria:

“… Nel capodistriano vi sono centosedici cavità, delle ottantuno cavità con entrata verticale abbiamo verificato che diciannove contenevano resti umani. Da dieci cavità sono stati tratti cinquantacinque corpi umani che sono stati inviati all’Istituto di medicina legale di Lubiana. Nella zona si dice che sono finiti in Foiba, provenienti dalla zona di S. Servolo, circa centoventi persone di etnia italiana e slovena, tra cui il parroco di S. Servola, Placido Sansi. I civili infoibati provenivano dalla terra di S. Dorligo della Valle.

I capodistriani, infatti, venivano condotti, per essere deportati ed uccisi, nell’interno, verso Pinguente. Le Foibe del capodistriano sono state usate nel dopoguerra come discariche di varie industrie, tra le quali un salumificio della zona ..”

La Foiba doveva essere la sua tomba

Riuscì a sopravvivere Giovanni Radeticchio di Sisano.

Ecco il suo agghiacciante racconto:

“… addi 2 maggio 1945, Giulio Premate accompagnato da altri quattro armati

venne a prelevarmi a casa mia con un camioncino sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e Giuseppe Frezza nonché Giuseppe Benci. Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo littorio dove ci aspettava una mostruosa accoglienza; piegati e con la testa all’ingiù fecero correre contro il muro Borsi, Cossi e Ferrarin.

Caduti a terra dallo stordimento vennero presi a calci in tutte le parti del corpo finché rinvennero e poi ripetevano il macabro spettacolo. Chiamati dalla prigionia al comando, venivano picchiati da ragazzi armati di pezzi di legno. Alla sera, prima di proseguire per Fianona, dopo trenta ore di digiuno, ci diedero un piatto di minestra con pasta nera non condita. Anche questo tratto di strada a piedi e per giunta legati col filo di ferro ai polsi due a due, così stretti da farci gonfiare le mani ed urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era buio. Ad un certo momento della notte vennero a prelevarci uno ad uno per portarci nella camera della torture. Era l’ultimo ad essere martoriato: udivo i colpi che davano ai miei compagni di sventura e le urla di strazio di questi ultimi. Venne il mio turno: mi spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e poi, giù botte da orbi. Cinque manigoldi contro di me, inerrne e legato, fra questi una femmina. Uno mi dava pedate, un secondo mi picchiava col filo di ferro attorcigliato, un terzo con un pezzo di legno, un quarto con pugni, la femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio. Prima dell’alba mi legarono con le mani dietro la schiena ed in fila indiana, assieme a Carlo Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana), Felice Cossi da Sisano, Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada, mi condussero fino all’imboccatura della Foiba. Per strada ci picchiavano col calcio e colla canna del moschetto. Arrivati al posto del supplizio ci levarono quanto loro sembrava ancora utile. A me levarono le calze (le scarpe me le avevano già prese un paio di giorni prima), il fazzoletto da naso e la cinghia dei pantaloni. Mi appesero un grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per mezzo di filo di ferro ai polsi già legati con altro filo di ferro e mi costrinsero ad andare da solo dietro Udovisi, già sceso nella Foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che fece cadere il sasso. Così caddi illeso nell’acqua della Foiba.

Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi. Intanto continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di mitra.

Dopo l’ultima vittima, gettarono una bomba a mano per finirci tutti.

Costernato dal dolore non reggevo più. Sono riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le mie carni, poiché i polsi cedettero prima del filo di ferro. Rimasi così nella Foiba per un paio di ore. Poi, col favore della notte, uscii da quella che doveva essere la mia tomba…”

CONTINUIAMO A DARE LA CACCIA AGLI EX NAZISTI!

Tratto da un articolo pubblicato su IL SECOLO D’ITALIA del 4 giugno 1994

Un “flash” di agenzia del 27 maggio: il governo italiano ha chiesto alle autorità argentine “di disporre le necessarie misure” per evitare “una possibile fuga” dell’ex capitano nazista Erich Priebke che dal 9 maggio scorso è agli arresti domiciliari nella località andina di Bariloche, a circa 1.450 chilometri a sud-ovest di Buenos Aires.

Bene fa il nostro governo nel cercare di assicurare alla giustizia questo criminale di guerra nazista, ma sarebbe ancora meglio se identica solerzia fosse dimostrata anche nella ricerca di altri criminali (quelli che agivano con la stella rossa sulla bustina, tanto per intenderci) dei quali si conoscono, da sempre, fatti, misfatti, nomi e luoghi di residenza.

Pensiamo alle foibe, voragini disseminate in tutta la Venezia Giulia e nell’Istria. Molte sono ancora inesplorate. Furono usate dai croati e dagli sloveni, dal 1943 in poi, quali enormi fosse comuni per eliminare migliaia di persone colpevoli solo di essere italiane. L’infoibamento era l’ultima fase della tortura: le salme avevano i polsi legati con filo di ferro stretto con le pinze fino a spezzare il polso.

Molti cadaveri furono esumati in coppia, legati con filo di ferro agli avambracci; e solo uno dei due presentava colpi di arma da fuoco, l’altro precipitava vivo. Con calci e bastonate erano portati sull’orlo della foiba.

Ma, come ha scritto Luciano Luciani segretario del Circolo Giuliano Dalmata di Milano, non c’erano solo le foibe. In Dalmazia c’era il mare. Centinaia di vittime furono gettate in mare con una pietra al collo. Tra queste la famiglia del farmacista Pietro Ticina, di Zara: l’intera famiglia composta dai genitori, dalla suocera e da una bambina subirono questa triste sorte. Con disperata energia il padre riuscì a trascinare con sé uno dei feroci aguzzini.

Ancora: il 30 settembre 1944 l’industriale Nicolò Luxardo di Zara e sua moglie Bianca Ronzoni, che s’erano rifugiati sull’Isola Lunga, catturati dai croati, furono gettati anch’essi in mare con un sasso al collo. Ci furono anche lapidazioni, impiccagioni, fucilazioni. Giuseppe Cernecca, di Sanvincenti, fu costretto a portare sul luogo dell’esecuzione un sacco di pietre con le quali venne lapidato. Altri due suoi fratelli vennero affogati nel mare di Santa Marina.

Cosa hanno fatto i vari governi, nei cinquant’anni della prima Repubblica, per assicurare alla giustizia coloro che si macchiarono di questi efferati delitti? Quanti magistrati hanno compulsato presso l’archivio storico del ministero degli Affari Esteri le buste di documenti relativi ad “atrocità ed illegalità” commesse dagli jugoslavi contro gli italiani nel periodo che va dal 1941 al 1945?

Dal 24 al 28 luglio 1990 su “La voce del Popolo” di Fiume, quotidiano della minoranza etnica italiana in Jugoslavia, apparvero le tre puntate di un’intervista straordinaria e coraggiosa di tale Laura Marchig con Oskar Piskulìc-Zuti il cui nome oggi in Italia, e forse in buona parte della vecchia Jugoslavia, non dice nulla a nessuno.

Per gli esuli di Fiume -ha scritto Amleto Ballarini su “Il Secolo” del 28 giugno 1992, per quanti là, volenti o nolenti, rimasero, per gli stessi slavi del Golfo del Carnaro, quel nome s’associa, con un doloroso riflesso condizionato dell’anima, all’idea delle foibe. Come dire nel Biellese, tanto per intenderci, di Moranino Francesco detto Gemisto. Laura Marchig introduceva la sua intervista con una premessa che per esser stata pubblicata a Fiume (Rijeka) assume il valore d’un documento eloquente nella sua sinteticità come il referto di un’autopsia:

“Oskar Piskulìc, il famoso Zuti, nato a Fiume nel 1920, eroe della Guerra Popolare di Liberazione, attivista di spicco del movimento comunista, iscritto al Partito dal 1941, entrato subito nella resistenza, sia durante la guerra che dopo, svolgerà sempre funzioni di polizia. Al termine del conflitto diviene uno dei capi dell’Ozna, la polizia segreta che più tardi prenderà il nome di Udba. E questo è tutto quello che c’è da sapere su Oskar Piskulìc… Speravamo, facendogli un’intervista, di avere dei chiarimenti sia sulla sua attività di quegli anni sia su alcuni fatti della storia rimasti oscuri.

Avremmo voluto conoscere la storia di intere famiglie fiumane, viste per l’ultima volta ammassate per le piazze di Fiume e dopo scomparse per sempre, o quella di tanti ufficiali e sottufficiali dell’esercito italiano segregati nelle carceri di via Roma e dopo spariti. Ci premeva di avere chiarificazioni sulle uccisioni degli autonomisti fiumani avvenute fra il 3 e il 4 maggio del 1945, subito dopo l’arrivo delle brigate partigiane in città. E, soprattutto, avremmo voluto sapere il perchè di queste frettolose esecuzioni sommarie, ma anche assassinii, compiuti casa per casa. Com’è morto, ad esempio, il Dott. Mario Blasich, autonomista che da anni giaceva paralizzato in un letto? La moglie raccontò che furono in due. Bussarono alla porta e chiesero. – Xe in casa el dotor? – Li fece accomodare. Dopo un po’ se ne andarono. Trovò il marito strangolato nel suo letto.

Come morirono altri cittadini fiumani che avevano sperato nella creazione di una Città Stato non soggetta al potere di alcun Paese? Cosa si nasconde dietro l’uccisione di Giuseppe Sincich, giustiziato a colpi di pistola? Dietro a quella del dott. Nevio Skull, padrone della fonderia Skull, la cui storia rimane in verità ancora più misteriosa? E il senatore Bacci e il senatore Riccardo Gigante? Cosa ne è stato di tutti gli altri i cui nomi appaiono come chiazze nere sul vermiglio di una bandiera? “Tante cose avremmo voluto sapere, ma confessiamolo, non ne abbiamo cavato un ragno dal buco.

Lo stesso Oskar Piskulìc ci ha confidato di essere legato da un giuramento che è comune a tutti i membri della polizia segreta: quello di non rivelare mai, in vita, nemmeno per iscritto, nemmeno tramite memorie depositate, quello che sa”.

Oltre ai senatori del Regno Icilio Bacci (arrestato il 21 maggio 1945) e Riccardo Gigante (arrestato il 4 maggio 1945), alla memoria dei quali il Senato della Repubblica non ha dedicato alcun ricordo, furono arrestati e uccisi a Fiume, a guerra finita, per volontà del Piskulìc (che continua a vivere tranquillamente a Fiume) Carlo Colussi (già podestà di Fiume) e sua moglie Nerina Copetti in Colussi; Rodolfo Moncilli; Mario Blasich; Angelo Adam, sua moglie Ernesta Stefancich e sua figlia Zulema Adam; Nicolò Cattaro panettiere di Abbazia; Lucia Vendramin; Giuseppe Sincich; Nevio Skull; il prof. Gino Sirola (ultimo podestà di Fiume dopo l’8 settembre 1943 e riconfermato il 9 febbraio 1944), che, arrestato dai “titini” a Trieste il 3 maggio 1945, fu riportato a Fiume nella villa Rippa trasformata in carcere e luogo di torture) e poi scomparve; Margherita Sennis e sua figlia Gigliola; Angela Neugebaucr, crocerossina più volte decorata e tanti, tanti altri.

Insieme a Oskar Piskulìc (detto Zuti) e a sua moglie (una certa Marghitic) operarono a Fiume contro gli italiani: Jovo Mlademe, Vicko Lorkovic Minack, Milan Cohar, Norino Nalato e Giuseppe (detto Bruno) Domancich.

I fatti delittuosi commessi da costoro non possono essere definiti “crimini di guerra” (perché la guerra era ormai finita) ma veri e propri “crimini contro l’umanità”, imprescrittibili nel tempo.

La nostra solerte Amministrazione cosa ha fatto per assicurare alla giustizia questi criminali? Sono state avviate domande di estradizione? Si è iniziato un procedimento penale a loro carico? Oppure non si è fatto nulla (omettendo atti d’ufficio), perché ci sono ancora i morti buoni e quelli cattivi, quelli, per capirci, che essendo stati uccisi (e i loro corpi gettati chissà dove) per il solo fatto di essere italiani non destano interesse alla giustizia degli uomini, perché rappresentano i vinti? E i vinti hanno sempre torto.

CONTINUIAMO A DARE LA CACCIA AGLI EX NAZISTI E LASCIAMO IMPUNITI I CRIMINI DEI PARTIGIANI E DEI COMUNISTI!

Causa di morte nelle Foibe

(Studio medico-legale eseguito su centoventuno infoibati, recuperati nel dopoguerra R. Nicolini e U. Villasanta, sotto l’egida dell’Istituto di medicina legale e delle Assicurazioni dell’Università di Pisa. Direttore F. Domenici)

“… La causa mortis può essere stata:

1. proiettili d’arma da fuoco, di solito sparati al cranio;

2. precipitazione dall’alto con gli effetti che ne derivano: fratture multiple, commozione, shock traumatico grave, embolia, ecc.

3. trauma da corpo contundente (bastone, calcio di fucile, bottiglie, ecc.) o acuminato con conseguente fratture;

4. questi diversi momenti variamente combinati, sia come cause sovrapposte, sia come concorrenti.

L’effetto, cioè la morte, non deve essere stato necessariamente immediato: è ammissibile anche che, nonostante ferite e traumi, la morte sia avvenuta a distanza di tempo o per sete o per fame ”

Tutto questo orrore, i partigiani , lo fecero con il silenzio e la collaborazione dei comunisti italiani (quelli che vedete onorare nei libri di storia -scritti da altri comunisti- e sfilare il 25 aprile). Oggi 6500 di questi assassini non solo vivono liberi in Slovenia e Croazia, ma addirittura percepiscono pensioni italiane (circa £ 650.000 mensili)

Lo Stato italiano paga questi assassini fregandosene degli italiani onesti e bisognosi!!

(Ciò che segue è liberamente tratto da un articolo apparso su “Il Giornale” di Fausto Biloslavo)

L’ Inps eroga 29.149 pensioni nell’ ex Jugoslavia spendendo circa 200
miliardi l’anno. Fra questi vecchietti che hanno diritto alla “minima” si
annidano alcuni responsabili della pulizia etnica perpetrata dai partigiani comunisti del Maresciallo Tito contro gli italiani alla fine della Seconda Guerra Mondiale.


Crimini di guerra che hanno fatto sparire per sempre, nelle cavità carsiche chiamate foibe, migliaia di persone e provocato un esodo di 350 mila istriani, fiumani e dalmati. Una tragedia che ha segnato la storia del nostro Paese. Fino a oggi abbiamo sborsato oltre 5mila miliardi e non sono servite denunce, interrogazioni parlamentari e inchieste della magistratura a bloccare questa vergogna. Il Giornale pubblica il nome di alcuni degli infoibatori che risultano essere pensionati dell’Inps.


IL TORTURATORE DI TITO


Nerino Gobbo, 79 anni, residente in Slovenia, nel maggio-giugno 1945 è stato responsabile di Villa Segrè a Trieste, luogo di tortura delle milizie titine. Diverse le testimonianze a suo carico: una denuncia alle autorità alleate, riporta negli atti del Comitato di Liberazione nazionale dell’Istria, una sentenza della Corte di assise di Trieste della condanna in contumacia a 26 anni di reclusione. I testimoni hanno raccontato così le atrocità da lui commesse: “Dopo qualche giorno tutta la squadra si trasferiva a Villa Segrè assumendo il nome di squadra volante (…) e passava alle dirette dipendenze del commissario del popolo “Gino” di nome Nerino Gobbo. (…) Come risultò dalle deposizioni dei testi tutti i detenuti venivano bastonati e seviziati, taluni costretti a bastonarsi a vicenda e persino mettere la testa nel secchio delle feci”, scrivevano i giudici che subito dopo la guerra condannarono Gobbo in contumacia a 26 anni di reclusione. Gobbo gode della pensione Inps VOS 50306726: il comandante “Gino” ha diritto a incassare dalla sede Inps di Trieste 532.500 lire di pensione per 13 mensilità. La sua domanda presentata nell’80 è stata accolta 7 atti più tardi e l’Inps gli ha versato circa 30 milioni di arretrati.

IL COMANDANTE DEI LAGER


Ottantatreenne, forse deceduto, ultimo domicilio conosciuto in Croazia: è Ciro Raner, comandante nel 1945-46 del Lager di Borovnica vicino a Lubiana. Secondo il racconto di un sopravvissuto, le deposizioni scritte degli ex deportati e un documento degli Affari esteri, Raner è stato uno degli infoibatori più truci: “Eravamo in fila con una scodellina per avere un mestolo di acqua sporca e patate (…) quello davanti a me cercò per fame di raschiare il fondo della pentola. Subito la guardia partigiana lo colpì con una fucilata trapassandogli il torace. Arrivò il Raner, che dopo aver preso la mira diede il colpo di grazia al ferito sparandogli alla nuca”, racconta Giovanni Predonzani sopravvissuto a Borovnica e ancora in vita a Trieste.
Gode della pensione Inps VOS 50557306: dopo aver ottenuto 50 milioni di lire di arretrati, ha diritto dal 1987 a una pensione a carico della sede Inps di Trieste che ammonta a 569.750 lire per tredici mensilità.

BORO LO STERMINATORE


Abita in Slovenia Franc Pregeij, 81 anni: commissario politico del IX Corpus del maresciallo Tito a Gorizia, è stato indicato come boia dai famigliari delle vittime e da un documento del Pci. Dal 1 Maggio al 9 Giugno 1945, il comandante “Boro” alias Franc Pregelj, era il commissario politico del IX Corpus dell’esercito Yugoslavo che aveva occupato Gorizia. Dei 900 italiani deportati dal capoluogo Isontino 665 non fecero ritorno a casa. Fra gli scomparsi anche Licurgo Olivi e Augusto Sverzutti, tutti e due esponenti del Comitato di Liberazione. Riceve la pensione VOS 50587846: ha diritto a 569.650 lire di pensione dalla sede Inps di Gorizia, dopo avere incassato 45 milioni circa di arretrati.

IL FEROCE CAPOBANDA


Giuseppe Osgnac, detto “Josko”, 79 anni, residente in Slovenia, era comandante militare della sanguinaria banda partigiana “Beneska Ceta”. Deposizioni al processo contro la “Beneska Ceta” e testimonianze varie raccontano che “Josko” era un ex sergente dell’esercito italiano. “Nel Gennaio 1945 vennero nella mia casa due partigiani slavi (della banda “Beneska Ceta” ndr) a chiedere di Giuseppe il mio ragazzo per arruolarlo
(…) mio figlio (…) spiccò la rincorsa e via a gambe levate verso la
campagna. Ma non fece che pochi metri. Gli altri imbracciarono il mitra e si misero a sparare. Mio figlio ruzzolò per terra e non si mosse più…”,
raccontava nel Febbraio del 1959 Antonio Floreancig, durante un’udienza del processo a Osganc e compagni. Ha diritto alla pensione Inps VOS 50542566: il comandante “Josko” ha diritto di ricevere dall’Inps di Gorizia 569.750 lire per tredici mensilità. Gli arretrati ammontavano a circa trenta milioni.

IL RASTRELLATORE DI ITALIANI


Deportatore del IX Corpus Yugoslavo, 74 anni, residente in Slovenia, Giorgio Sfiligoj è stato accusato da un esposto alla Procura di Gorizia del commissariato di pubblica sicurezza di Cormons. “Sergio” era il nome di battaglia di Sfiligoj, che dal 1944 al 1945 fu utilizzato come “rastrellatore” di italiani dal IX Corpus del maresciallo Tito. La sua pensione Inps è la VOS 50570386: Sfiligoj ha diritto di ricevere dalla sede Inps di Gorizia 571.850 lire di pensione per tredici mensilità, dopo aver incassato una ventina di milioni di arretrati.

“GIACCA” ESPLOSIVA

Deceduto nel 1999 Mario Toffanin, che abitava in Slovenia, era comandantedei “Gap” (Gruppi armati partigiani) nell’alto Friuli e nella provincia di Gorizia. La sua storia è negli archivi del IX Corpus di Tito: Toffanin, nome di battaglia “Giacca”, è il responsabile della strage delle malga Porzus sui monti friulani. Fra l’8 il 13 febbraio del 1945 massacrò con i suoi uomini, tutti partigiani garibaldini rossi, 22 combattenti della Resistenza della brigata “Osoppo”, che si opponeva all’annessione alla Yugoslavia della Venezia Giulia. Nel 1957 Toffanin fu condannato all’ergastolo per l’eccidio di Porzus, ma si nascose prima in Yugoslavia e poi in Cecoslovacchia. Nel 1978 venne graziato dal presidente Pertini. La pensione Inps era la VOS 04908917: nonostante le sanguinose azioni anti-italiane, ha ricevuto 672.270 lire di pensione dall’Inps fino alla morte.

Questi solo alcuni dei nomi presenti nel “libro paga” dell’INPS

UNA VERGOGNA!!

UN PUGNO ALLO STOMACO…

…AGLI ITALIANI IN ATTESA DI PRIMA OCCUPAZIONE,

AGLI INVALIDI ABBANDONATI A SE STESSI,

AGLI ANZIANI LAVORATORI CHE VIVONO IN CONDIZIONI DI POVERTA’ ASSOLUTA.

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In Cina è vietato nascere

Pubblicato da lsmessina su Giugno 7, 2008

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Non esiste democrazia

Pubblicato da lsmessina su Giugno 7, 2008

Finchè in Italia resteranno tre ostacoli alla libera espressione di opinione, che sono:
- la XII disposizione transitoria e finale della costituzione;
- la legge Scelba che ne attua la prescrizione
- la legge Mancino che è la bibbia del più trito politically correct

noi non potremo dire di essere in una vera democrazia.
A maggior ragione se consideriamo che gli epigoni di quella che fu la peggiore piaga ideologica mai esistita sulla Terra, il comunismo, sono liberi di presentarsi alle elezioni, di fare politica, di chiamarsi “comunisti”.
Se in Italia la democrazia fosse vera, ci potrebbe tranquillamente essere un Partito Nazionale Fascista, una Rifondazione Fascista, senza che alcuno abbia nulla da eccepire.
Perché sono gli elettori, e solo gli elettori, che devono decidere, dopo essere stati posti nelle condizioni di valutare i programmi, chi premiare e chi ridurre a semplici testimoni senza seguito.
Sarebbe bello se, in un impeto di autentica libertà, si decidesse di abrogare quei tre provvedimenti e di sostituirli con il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America:
Il Congresso non potrà fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione, o per proibirne il libero culto; o per limitare la libertà di parola o di stampa; o il diritto che hanno i cittadini di riunirsi in forma pacifica e di inoltrare petizioni al governo per la riparazione di torti subiti”.

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