Il blog dei Giovani Camerati

“Nessun fenomeno al mondo può impedire al sole di risorgere”

Archivio per 21 Luglio 2008

Bossi, il terrone del Nord

Pubblicato da lsmessina su Luglio 21, 2008

Un lettore dall’Africa manda la seguente lettera: «Gent.mo Direttore, sono, da anni, un lettore assiduo di EFFEDIEFFE, trovo i suoi articoli interessantissimi anche se non concordo, a volte, al 100%. Vivo e lavoro in Africa subsahariana da due decenni, sono medico e docente universitario. Negli ultimi tempi leggo sempre piu’ spesso su questo Bossi che minaccia di prendere i fucili, di fare le marce sui Rom ed ultimo, intollerabile atto, mostrare il dito al nostro Inno Nazionale. Mi chiedo: ma tutto questo non e’ contro la legge? Se si, perche’ nessuno denuncia questo delinquente. Dal punto di vista professionale credo sia un caso psichiatrico molto piu’ che conclamato… se vi mancano letti in psichiatria ve ne riservo uno gratis da me… con moto piacere. E’ finita in una battuta ma la tristezza mi e’ rimasta dentro…
Alberto» Benchè la sua proposta sia tentatrice – Bossi internato fra psicolabili negri, sarebbe quel che merita – mi permetto di dissentire dalla sua diagnosi, pur non priva di indizi sintomatici.
Bossi non è pazzo, è solo di una rozzezza, maleducazione e ignoranza enormi: in ciò, il perfetto modello dell’italiota o, come direbbe lui, del «terrone»; e difatti è molto votato dai «terroni del Nord», che abitano vallate alpine e subalpine, e nelle cui case non si trova un libro, anche se nel garage hanno un paio di BMW.
In questo, Bossi dà un suo decisivo contributo alla nostra comune inciviltà, quella di chi piscia sui sagrati, di chi graffita i muri e di chi passa col rosso, di chi lascia in strada i preservativi che ha usato in auto con il travestito (una specialità nordica), di chi brucia la monnezza o fa i blocchi stradali per qualche interesse marginale (e di solito indebito).

Bossi rappresenta un certo tipo di settentrionale, che fu l’oggetto delle macchiette di Tino Scotti: il «baùscia».

In italiano, sta per vanaglorioso, spacca-montagne inconcludente. Spesso il bauscia è un piccolo malavitoso marhinale, per palese incapacità di successo: come il personaggio cantato da Girgio Gaber, («Lo chiamavan drago», i compagni all’osteria) o il «palo della banda dell’Orica» immortalato da Jannacci.

Tipico del bauscia lombardo è quello di far uscire la sua forza dalla bocca, a forza di parole, «fucili», «pallottole», «federalismo», sono tutte cose che non ci sono e non ci saranno, per incapacità realizzativa. Anche questo non è molto «settentrionale», secondo il mito del nordico laconico, pratico e fattivo. Mito che penso si riferisca agli svedesi, non ai «lumbard» che votano un simile energumeno, oltretutto inefficace.

Il consumare la forza con le parole è un sintomo di anima debole. Tutte le ascetiche, di ogni religione, consigliano infatti il silenzio.

L’ultima uscita di Bossi contro gli insegnanti meridionali è dovuta al fatto che un insegnate di nome Caracciolo ha bocciato suo figlio (quasi certamente un semi-analfabeta come lui), a dire del papà perchè la bestia da lui generata ha presentato «una tesina sul Cattaneo», anzichè su «Sciascia o Pirandello».

Insomma, anche questo molto «terrone»: i figli so’ piezz’e core. E l’interesse privato viene prima di ogni interesse pubblico.

La Lega di governo ha appena cercato di salvare le aziende locali del gas e della luce, chiaro esempio di clientelismo e chiara fonte di mazzette nei comuni leghisti, per il partito. Il che dice tutto sulla superiore onestà dei nordici.

Bossi vuole che gli insegnanti al nord siano solo nati del Nord, perchè i professori «terroni» portano via il lavoro «ai nostri»: ignaro che non ci sono abbastanza laureati al Nord, specialmente nel suo nord valligiano, capaci di coprire i ruoli. Quel nord, da generazioni, manda i figli a lavorare a 14 anni, nella fabbrichetta di famiglia; poi la fabbrichetta viene schiacciata dalla concorrenza internazionale, perchè padri e figli non parlano altra lingua che il bergamasco o il veneto, convinti che la cultura non serva, e che l’ignoranza sgobbona basti a se stessa…

Sì, anch’io voglio il governo del Nord: proporrei l’arruolamento di podestà norvegesi, presidiati da fucilieri lettori in uniforme SS e da amministratori finlandesi. Gente di poche parole, mi dicono. Ma forse persino dei catalani andrebbero bene, come governanti di questo paese.

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“La Chiesa faccia santo Stalin” richiesta-shock dei comunisti russi

Pubblicato da lsmessina su Luglio 21, 2008

Polemica sulla domanda avanzata alle gerarchie ortodosse Uno dei leader del partito minaccia: pronti a fomentare uno scisma LEONARDO COEN di Repubblica MOSCA – “Vogliamo che la Chiesa Russa Ortodossa canonizzi Stalin”. Non è uno scherzo. Lo pretende Sergej Malinkovich, il presidente della sezione interregionale dei comunisti di Pietroburgo e della regione di Leningrado, la culla della rivoluzione d’Ottobre, uno dei membri più influenti del partito. “Ci rivolgeremo alla Chiesa con la richiesta di canonizzare colui che riunì le terre russe, che sconfisse i nemici della patria, che creò il grande minimo sociale, che fu l’eroe e il padre dei popoli”, sostiene Malinkovich. Che poi minaccia: “Se la Chiesa si rifiutasse, allora al suo interno comparirà, non senza la partecipazione delle forze patriottiche, una tendenza di rinnovamento, una chiesa ortodossa popolare orientata in modo sociale, intollerante nei confronti dell’opulenza e dell’ostentata religiosità dei burocrati. Sarà questa chiesa rinnovata a canonizzare il grande Stalin, primo passo dell’unione del movimento di liberazione nazionale e dell’ortodossia popolare. Alla fine del XXI secolo le icone con l’immagine del Santo Josif Stalin compariranno in ogni casa ortodossa”.

Una provocazione? Non proprio. Tutto nasce dal fatto che per quasi due settimane Stalin è rimasto in testa alla classifica del progetto tv “Il nome della Russia”, il sondaggio Internet che si concluderà a Natale con la proclamazione del personaggio storico russo più rappresentativo. Qualche giorno fa la votazione è stata bloccata. Imperscrutabili “motivi tecnici”. Poi, Alexsandr Ljubimov, direttore del progetto, ha spiegato che c’era stato un attacco di spam contro il sito, per favorire Stalin. Ma appena ha ripreso a funzionare, Stalin è stato superato dallo zar Nicola II.

I comunisti non hanno digerito il sorpasso: “Nessuna manipolazione del signor Ljubimov può nascondere la sacrosanta verità – ha scritto Malinkovich – Stalin è il nome più popolare della Russia. Il popolo perdona al Comandante Supremo sia le repressioni che la collettivizzazione, lo sterminio dei quadri dell’Armata Rossa, la lotta contro il cosmopolitismo ed altri inevitabili errori e tragedie dei tempi crudeli di guerra e di rivoluzione. Ovviamente, a noi, alla sinistra di oggi, è più vicino Ilich (Lenin, ndr.), ma per Stalin che ricevette la Russia con l’aratro di legno e la lasciò con il missile atomico votano i comunisti, i patrioti, i nazionalisti russi, i giovani e i vecchi”. Ecco perché Stalin non deve essere demonizzato ma beatificato.

“È una richiesta mostruosa”, ha replicato ieri ai microfoni di Radio Eko di Mosca Vladimir Vigiljanskij, portavoce del Patriarcato: “Stalin e i suoi furono colpevoli della totale distruzione della Chiesa Ortodossa Russa. Nell’epoca staliniana subirono morte violenta circa 200mila sacerdoti. Canonizzare uno colpevole di banditismo e terrorismo di stato è un sacrilegio terribile”. Risposta dei comunisti di Pietroburgo: “La posizione del Patriarcato è dettata dalla pressione delle autorità laiche, non riflette l’opinione di tutto il clero, soprattutto dei pope della grande maggioranza delle piccole città russe e della campagna”.

Come dimenticare, del resto, il telegramma che la Chiesa ortodossa inviò a Stalin il 21 dicembre del 1949? “Caro Josif Vissarionovich, nel giorno del suo 70esimo compleanno, le esprimiamo la nostra profonda riconoscenza. preghiamo per il rafforzamento del Suo vigore e benedicendo il Suo eroismo ce ne ispiriamo noi stessi”.

( 20 luglio 2008 )

repubblica.it

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Lo stile di vita altera il DNA della prole?

Pubblicato da lsmessina su Luglio 21, 2008

State attenti al vostro stile di vita se non volete che le vostre cattive abitudini – vizio della sigaretta, debole per l’alcol e per le droghe, ghiottoneria, esposizione ad un habitat inquinato – si scolpiscano nel patrimonio genetico di famiglia e si trasmettano con effetti devastanti al Dna di figli e nipoti.
Una serie di recenti ricerche giustifica ampiamente questo consiglio: è emerso infatti che il Dna non è poi un qualcosa di estremamente robusto e impermeabile come in genere si è finora creduto ma al contrario: viene influenzato – almeno in certi meccanismi di funzionamento – dalle esperienze e dai comportamenti di ciascuna generazione. Sulla base di queste ricerche, che confermano come le colpe dei genitori ricadano sui figli, è nata addirittura nel mondo angloamericano una nuova scienza: l’epigenetica.
Sulle pagine del domenicale londinese ‘Sunday Times’ il prof. Robert Waterland – docente di pediatria al Baylor College di Medicine di Houston in Texas – ha usato oggi proprio la epigenetica per spiegare come mai le donne obese mettono in genere al mondo bambini ancora più grassi: a suo giudizio devono essere all’opera vere e proprie ‘alterazioni’ del Dna a livello molecolare. A Londra il prof. Marcus Pembrey ha chiamato anch’egli in causa “una modifica nel funzionamento del codice genetico” quando ha scoperto che i fumatori ultraprecoci tendono ad avere una prole con un elevato rischio di obesità.
Un’altra ricerca che porta acqua al mulino della epigenetica arriva dalla Svezia dove è stato accertato che gli uomini tendono a vivere più a lungo se durante l’infanzia i loro nonni hanno sofferto la fame. In questo caso l’esperienza degli antenati sembra aver modificato in modo positivo il Dna, spingendolo a trovare maggiori risorse per un’esistenza più sana e duratura. Di epigenetica in effetti si parla negli Stati Uniti ormai da qualche anno e nel 2005 una ricerca – condotta su 40 gemelli dai 3 ai 74 anni e pubblicata dalla rivista ‘Proceedings of National Academy of Sciences’ – ha mostrato chiaramente che “lo stile di vita, lo stress, il fumo, lo sport e qualsiasi altro fattore esterno sono in grado di modificare il nostro patrimonio genetico”.
I gemelli cresciuti in simbiosi conservano infatti lo stesso DNA che si modifica invece nel caso di gemelli vissuti l’uno lontano dall’altro. Al mito dell’immutabilità del Dna di un individuo ha portato un altro duro colpo qualche mese fa uno studio effettuato alla Johns Hopkins University di Baltimora dove i ricercatori medici sono giunti alla conclusione che il genoma umano cambia con l’avanzare dell’età. A quanto pare c’è una ricaduta negativa sul Dna delle future generazioni persino se i genitori aspettano fino ai 40 anni prima di darsi una prole. La scoperta che fattori ambientali come dieta o stress possono trasmettersi via Dna ai propri discendenti è comunque presa con le molle da moltissimi genetisti, non fosse altro perché ha dentro di sé qualcosa di profondamente ‘eretico’ rispetto alle consolidate teorie di Darwin (evoluzionismo) e di Mendel (leggi sull’eredità genetica).

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